Non è aggressivo: ha paura. Neurobiologia della paura negli Psittaciformi e perché la distinzione tra difesa e attacco non è semantica
Il pappagallo morde. Il proprietario ritrae la mano. E nella testa del proprietario si forma immediatamente una valutazione: quell’animale è aggressivo. Difficile. Cattivo. Forse addirittura “malizioso”.
Questa valutazione è quasi sempre sbagliata. Non parzialmente sbagliata: sbagliata nella categoria fondamentale.
Aggressività offensiva e risposta difensiva da paura producono lo stesso comportamento in superficie (il morso) ma hanno origini neurobiologiche distinte, dinamiche comportamentali diverse, e richiedono risposte completamente opposte. Confonderle non è un errore teorico: è un errore pratico con conseguenze dirette sul benessere dell’animale e sulla sicurezza di chi ci vive insieme.
La letteratura etologica e neuroscientifica è chiara su questo punto. Nei pappagalli da compagnia, la stragrande maggioranza dei comportamenti che vengono etichettati come “aggressività” è, a un’analisi contestuale accurata, risposta difensiva mediata dalla paura*.
Il che significa che il problema non è l’animale. È ciò che il suo cervello ha imparato a temere.
Nota*: PAURA, l’emozione primaria salva-vita
vi ricordiamo le Emozioni citando una nota del nostro articolo “Non è carattere, è neurobiologia”
Emozioni
Le emozioni non hanno nulla a che vedere con l’amore, la poesia, i cuoricini, gli occhioni dolci del pappagallo e tutto ciò che di poetico possiate immaginare.
Le emozioni sono le risposte adattative più rapide, millesimi di secondo, e funzionano come “riduttori di complessità”: il cervello capisce rapidamente e memorizza se un evento è buono o non-buono.
Ogni apprendimento è accompagnato dall’emozione relativa: nel cassetto della memoria ci sono entrambi (l’apprendimento con la sua emozione).
In letteratura le emozioni riconosciute e ufficialmente dimostrate, sono quattro: paura - rabbia - piacere - dolore. Esse vanno gestite e non sedate. Prima di tutto, conosciute.
Due sistemi, un solo comportamento: la distinzione che cambia tutto
In etologia, l’aggressività non è un comportamento unitario.
È una categoria funzionale che raggruppa comportamenti con motivazioni e substrati neurobiologici diversi. La distinzione più rilevante per i pappagalli captivi è quella tra aggressività offensiva e aggressività difensiva.
L’aggressività offensiva è motivata dal conseguimento di una risorsa o dal mantenimento di uno status.
L’animale si avvicina, intraprende l’azione, e può disimpegnarsi quando l’obiettivo è raggiunto o quando il costo supera il beneficio.
Il sistema nervoso autonomo è attivato, ma in attivazione moderata e gestibile. Il comportamento è intenzionale nel senso funzionale del termine.
L’aggressività difensiva è strutturalmente diversa.
È motivata dalla percezione di una minaccia e dalla necessità di eliminarla o ridurre l’esposizione ad essa.
L’animale non sceglie di attaccare: risponde a una valutazione di pericolo che il suo sistema nervoso ha effettuato, spesso in modo rapido e automatico, prima che la corteccia abbia elaborato l’informazione in modo riflessivo.
Il sistema nervoso autonomo è in stato di attivazione massima. La risposta è, in senso neurobiologico, un riflesso di sopravvivenza.
Un pappagallo che morde perché ha paura non sta “comportandosi male”. Sta facendo esattamente ciò che un sistema nervoso costruito per sopravvivere in un ambiente con predatori fa quando rileva una minaccia che non riesce a evadere in altro modo.
Il problema non è il comportamento: è la causa che lo produce.
Il substrato neurologico: l’amigdala aviare e il circuito della paura
Negli esseri umani e negli altri mammiferi, la paura è mediata in modo critico dall’amigdala (una struttura del sistema limbico coinvolta nella rilevazione delle minacce, nel condizionamento della paura e nell’attivazione delle risposte difensive).
Per lungo tempo si è assunto che gli uccelli, in assenza di una struttura amigdaloide chiaramente omologa, avessero sistemi di elaborazione della paura meno sofisticati.
Questa assunzione è stata progressivamente smontata.
Gli uccelli possiedono nel telencefalo ventrale una struttura chiamata arcopallium, con componenti che comprendono il nucleo taeniae e la regione arcopalliale posteriore, che si è rivelata funzionalmente e per certi aspetti strutturalmente omologa all’amigdala dei mammiferi.
Studi di lesione, stimolazione elettrica e neuroimaging funzionale hanno dimostrato che l’arcopallium negli uccelli è coinvolto nel condizionamento della paura, nelle risposte difensive, nella regolazione dell’asse dello stress e nell’elaborazione emotiva degli stimoli sociali.
Nei pappagalli, questa struttura opera in connessione con i sistemi di vocal learning e con le aree prefrontali omologhe coinvolte nella regolazione top-down delle risposte emotive. Il che significa che la paura nei pappagalli non è un riflesso semplice: è un processo integrato che coinvolge apprendimento, memoria, valutazione contestuale e (nei casi di paura cronica) modificazioni strutturali nei circuiti interessati.
Come si forma la paura: condizionamento, generalizzazione e consolidamento.
La paura negli Psittaciformi è quell’emozione primaria che si paventa attraverso gli stessi meccanismi fondamentali documentati negli altri vertebrati: è il salva-vita per chiunque in questo mondo, ancor più sollecitabile in un animale-preda.
Questa emozione primaria si condiziona quando uno stimolo neutro viene associato a un evento avversivo e acquisisce la capacità di elicitare la risposta di paura anche in assenza dell’evento avversivo.
È un meccanismo di apprendimento adattativo: permette all’animale di anticipare e evitare le minacce sulla base dell’esperienza.
In condizioni normali, questo meccanismo ha una caratteristica importante: la specificità.
La risposta di paura si associa allo stimolo specifico che era presente durante l’evento avversivo. Ma nei pappagalli con storia di esperienze negative ripetute, intensi o imprevedibili, si attiva un secondo meccanismo: la generalizzazione della paura.
La risposta di paura si estende a stimoli simili a quello originale, a contesti che condividono caratteristiche con quello originale, fino nei casi più gravi a coinvolgere l’ambiente nella sua interezza.
Un pappagallo che ha subito manipolazioni forzate ripetute non ha paura solo delle mani.
Ha paura delle:
mani in avvicinamento,
poi delle mani in generale,
poi di qualunque appendice che si avvicini rapidamente,
poi di qualunque approccio ravvicinato,
poi di qualunque novità nell’ambiente.
La generalizzazione progressiva è uno dei meccanismi attraverso cui la paura situazionale diventa paura cronica e la paura cronica diventa stato baseline.
Il terzo elemento critico è il consolidamento mnemonico.
Come abbiamo visto nell’articolo sulla memoria episodica, i pappagalli hanno sistemi di memoria a lungo termine robusti. Le memorie di paura e particolarmente quelle associate a eventi intensi o ripetuti, vengono consolidate in modo stabile e resistono all’estinzione.
Non si tratta di rancori o di carattere difficile: si tratta di tracce neurali che il cervello ha costruito perché contenevano informazioni di sopravvivenza.
L’addestramento utilizza la punizione: come la punizione cronicizza la paura
Uno degli aspetti più documentati e più trascurati nella gestione dei pappagalli da compagnia riguarda l’effetto dell’addestramento punitivo sui circuiti della paura.
La punizione (qualunque stimolo avversivo applicato come conseguenza di un comportamento) non estingue la paura: la amplifica*.
Il meccanismo è preciso: l’applicazione di uno stimolo avversivo in risposta a un comportamento, ancor peggio se a carattere difensivo, introduce un elemento di imprevedibilità nell’ambiente che il sistema nervoso dell’animale deve gestire.
Nota*:
esempio:
il pappagallo grida e arrivate con uno spruzzino e lo spruzzate (nel tentativo di farlo tacere) - punizione positiva
il pappagallo becca e voi gli date un colpetto o sberla o lo minacciate (illudendovi di eliminare il comportamento) - punizione positiva
…state stimolando l’emozione primaria della paura che NON si estingue, ma si amplifica. Ve ne accorgerete nel tempo.
In un pappagallo già in stato di attivazione difensiva, l’arrivo di uno stimolo avversivo non riduce l’arousal: lo aumenta.
Il sistema di allarme riceve un segnale che conferma la valutazione di pericolo. La risposta difensiva si intensifica, non si riduce.
Nel lungo periodo, la punizione ripetuta produce tre effetti neurobiologici documentati.
1) Il primo è l’ipersensibilizzazione dell’arcopallium: la struttura che media la paura diventa progressivamente più reattiva, abbassando la soglia di attivazione per stimoli successivi.
2) Il secondo è la soppressione della risposta di esplorazione: l’animale riduce i comportamenti esplorativi e la disponibilità all’interazione, che sono i comportamenti incompatibili con la paura e necessari per l’estinzione.
3) Il terzo è il consolidamento delle associazioni di paura legate all’agente punitivo: la persona che punisce viene codificata come fonte di minaccia, e questa codifica si consolida con ogni evento punitivo.
Il risultato pratico è un animale che morde più spesso, più rapidamente, con maggiore intensità (non perché è “diventato peggio”, ma perché il suo sistema nervoso ha ricevuto, attraverso la punizione, una serie di conferme che il mondo è pericoloso e imprevedibile).
La punizione non ha corretto il comportamento: ha costruito le condizioni neurologiche perché si ripetesse con maggiore frequenza e intensità.
Paura situazionale e paura cronica: due condizioni, due prognosi
Non tutte le paure nei pappagalli hanno la stessa struttura o la stessa prognosi.
La distinzione clinicamente più rilevante è tra paura situazionale e paura cronica.
1) La paura situazionale è una risposta a stimoli specifici, identificabili e circoscritti.
L’animale ha una reazione di allarme in presenza di quello stimolo e ritorna alla baseline una volta rimosso lo stimolo.
Il sistema di regolazione emotiva funziona: il picco di arousal è seguito da un ritorno alla calma.
Questo tipo di paura è normale, adattativo, e relativamente facile da gestire attraverso tecniche di desensibilizzazione aiutata dall’educazione per apprendimento imitativo.
2) La paura cronica è strutturalmente diversa.
L’animale vive in uno stato di arousal elevato in modo persistente, con una soglia di attivazione della risposta difensiva cronicamente abbassata.
Non è spaventato da qualcosa di specifico: è in uno stato di allerta pervasivo che colora ogni interazione, ogni novità ambientale, ogni approccio.
Questo stato ha correlati fisiologici misurabili (corticosterone elevato, variabilità ridotta della frequenza cardiaca, soppressione immunitaria) e conseguenze dirette sul benessere a lungo termine.
La prognosi della paura cronica dipende dalla durata, dall’età di insorgenza e dalla presenza o assenza di continui disagi relazionali.
Un animale giovane con storia relativamente breve di esperienze negative in un ambiente ora stabile e prevedibile ha una prognosi migliore di un animale adulto con anni di storia punitiva. Ma anche nei casi più consolidati, la plasticita neuronale degli Psittaciformi lascia spazio a miglioramenti significativi, a condizione di rimuovere le cause e operare con coerenza e stimoli realmente educativi, non addestrativi.
Cosa significa davvero “riabilitare” un pappagallo impaurito
La parola “riabilitazione” viene usata spesso in modo impreciso. Vale la pena definirla in termini operativi, perché le aspettative errate producono frustrazione e, spesso, ricadute nei comportamenti che hanno generato il problema.
Riabilitare un pappagallo impaurito non significa “farlo diventare amichevole” come obiettivo primario.
Significa creare le condizioni nelle quali il suo sistema nervoso possa gradualmente aggiornare la valutazione di pericolo associata all’ambiente, alle persone e alle interazioni specifiche.
Questo processo ha un nome tecnico preciso: estinzione del condizionamento della paura, facilitata da relazione coerente e da aumento dell’autostima.
L’estinzione non è cancellazione.
La memoria di paura non scompare: viene soppressa da nuove associazioni che il sistema nervoso costruisce nel tempo. Questo ha due implicazioni pratiche fondamentali.
Prima: il processo richiede tempo proporzionale alla solidità della memoria originale.
Non esiste una scorciatoia neurologica.
Seconda: in condizioni di stress elevato, la risposta originale di paura può riemergere anche dopo lunghi periodi di apparente remissione, un fenomeno questo chiamato spontaneous recovery.
Non è un fallimento della riabilitazione: è una caratteristica del sistema di memoria della paura.
Le implicazioni: quattro principi per chi vive con un pappagallo impaurito
Primo. La diagnosi viene prima di tutto.
Prima di intervenire su qualunque comportamento difensivo, è necessario identificare cosa lo elicita, in quale contesto, con quale intensità.
Un comportamento difensivo che compare in tutti i contesti con tutti gli individui ha una storia e una struttura diversa da uno che compare solo in contesti specifici.
La risposta appropriata dipende da questa analisi, non da una strategia generica.
Secondo. Rimuovere le cause è prioritario rispetto a correggere i sintomi.
Qualunque intervento comportamentale applicato mentre le cause del condizionamento di paura sono ancora presenti è destinato a fallire o a produrre risultati temporanei. Se l’animale vive in un ambiente imprevedibile, se subisce manipolazioni forzate, se le sue comunicazioni di disagio vengono ignorate: questi fattori vanno rimossi prima, non durante.
Terzo. La coerenza è il fattore terapeutico principale.
Un ambiente prevedibile in cui le stesse azioni producono le stesse conseguenze, in cui i segnali di disagio vengono sistematicamente rispettati, in cui il contatto avviene solo quando l’animale lo accetta, è la condizione necessaria per l’aggiornamento della valutazione di pericolo.
Non è sufficiente essere rispettosi qualche volta: la prevedibilità deve essere totale e sostenuta nel tempo.
Quarto. I progressi non sono lineari e le ricadute non sono fallimenti.
La dinamica dell’estinzione della paura è non lineare per definizione. Periodi di miglioramento si alternano a periodi di regressione, particolarmente in risposta a eventi stressanti o a variazioni ambientali.
Interpretare una regressione come prova che “l’animale non migliorerà mai” è un errore cognitivo con conseguenze comportamentali: spesso porta a risposte che reintroducono i fattori che avevano generato il problema. Condizionare l’animale e risposte automatizzate da addestramento illude, ma non risolve il problema poichè l’emozione non è coercibile.
Conclusione
La distinzione tra aggressività offensiva e risposta difensiva da paura non è una sottigliezza terminologica.
È la differenza tra un animale che attacca e un animale che si difende.
È la differenza tra un intervento che aggrava e un intervento che guarisce.
Un pappagallo che morde quasi sempre ha paura: quella paura ha una storia.
Ha una struttura.
Ha cause identificabili che, nella maggior parte dei casi, risiedono nell’ambiente e nella qualità delle interazioni che gli sono state offerte.
Il punto non è il pappagallo, non lo è quasi mai.
Il punto è ciò che il suo cervello ha imparato sul mondo che lo circonda.
Cambiare quella valutazione richiede tempo, coerenza e la disponibilità a mettere in discussione le proprie azioni prima di mettere in discussione l’animale. È il lavoro più lento. È anche l’unico che funziona.
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