Il tempo che non dimentica: memoria episodica, anticipazione e vita interiore negli Psittaciformi
C’è una domanda che accompagna da secoli la relazione tra esseri umani e animali, e che la scienza ha a lungo evitato di prendere sul serio: gli animali ricordano?
Non nel senso di ripetere un’azione appresa.
Nel senso di tornare mentalmente a qualcosa che è accaduto, a un luogo specifico, a un momento specifico, a una cosa specifica che è stata fatta o subita.
Per decenni la risposta ufficiale è stata negativa, o almeno agnostica.
La memoria episodica (la capacità di ricordare eventi come episodi collocati nel tempo e nello spazio, con il loro contenuto e il loro contesto) veniva considerata una prerogativa umana, forse legata alla consapevolezza riflessiva del sé. Gli animali, al più, potevano avere memoria procedurale: ricordare come si fa una cosa. Non quando, dove, in quale circostanza.
Questa posizione non regge più.
La ricerca degli ultimi vent’anni ha documentato forme di memoria episodica, o “episodic-like”, per usare la cautela terminologica della letteratura, in corvidi, in cetacei, nei grandi primati. E, con evidenze crescenti e sempre più solide, negli Psittaciformi.
Il che significa, in termini diretti: il tuo pappagallo ricorda ciò che gli è successo. Non in modo vago. In modo specifico. E non lo dimentica.
Memoria episodica: cosa significa davvero
In psicologia cognitiva, la distinzione fondamentale è tra:
1) memoria semantica, la conoscenza generale del mondo, i fatti, le categorie
2) memoria episodica, che Endel Tulving ha definito nel 1972 come la capacità di ricordare eventi personali collocati nel proprio passato autobiografico, nel loro specifico contesto spazio-temporale.
… a dire: Non “so che la foresta è pericolosa”: “la volta che sono stato in quella parte della foresta, è arrivato un rapace da destra”.
Nei test su animali non umani, la memoria episodica viene operazionalizzata attraverso il paradigma what-where-when:
l’animale deve ricordare cosa è successo, dove è successo e quando.
Soddisfare tutte e tre le condizioni in modo integrato è considerato evidenza di memoria episodica in senso funzionale.
L’aggiunta della dimensione temporale ( = il quando) è la più difficile da testare negli animali, ed è quella che distingue la vera memoria episodica dalla semplice memoria dell’evento.
Una versione operativa meno esigente, chiamata memoria episodic-like, richiede almeno la codifica integrata di cosa e dove, con sensibilità alla degradazione temporale.
È questo il livello al quale i dati sugli animali non umani sono più solidi e al quale la ricerca sugli Psittaciformi ha prodotto risultati rilevanti.
Il precedente: i corvidi e la rivoluzione episodica
Il punto di svolta nella ricerca sulla memoria episodica negli uccelli è arrivato dai corvidi.
In particolare dalla ghiandaia (Aphelocoma californica), studiata da Nicola Clayton e i suoi collaboratori all’Università di Cambridge a partire dalla fine degli anni ‘90.
Le ghiandaie sono uccelli che nascondono il cibo per il futuro: Clayton e Dickinson (1998), in un disegno sperimentale diventato classico, hanno mostrato che questi uccelli non solo ricordano dove hanno nascosto diversi tipi di cibo, ma tengono traccia di quando lo hanno nascosto.
Se un cibo deperibile è stato nascosto abbastanza a lungo, l’animale lo recupera per primo o lo ignora in favore di cibo più duraturo.
L’animale sa che quella cosa, nascosta in quel posto, in quel momento, ora potrebbe non valere più. Questo è ragionamento temporale episodico.
Il lavoro di Clayton ha aperto la strada a una serie di studi comparativi sugli uccelli. E quando la ricerca si è spostata verso gli Psittaciformi, ciò che ha trovato non ha sorpreso chi conosce questi animali, ma ha sorpreso molta della comunità scientifica.
Psittaciformi e memoria episodica: l’evidenza
La ricerca sulla memoria episodica negli Psittaciformi si è sviluppata principalmente attraverso due linee:
1) gli studi di apprendimento e ritenzione a lungo termine
2) gli studi più recenti su capacità prospettiche e pianificazione.
Sul versante della ritenzione, i dati sono inequivocabili. I pappagalli mostrano una capacità di ritenzione a lungo termine di eventi specifici largamente superiore a quanto ipotizzato.
Studi su pappagalli amazzone e su cenerini africani hanno documentato il riconoscimento accurato di oggetti, luoghi e individui specifici dopo periodi di separazione di mesi o anni. Questo non prova la memoria episodica in senso stretto, potrebbe essere memoria semantica particolarmente robusta, ma è coerente con essa.
Più rilevante è la ricerca sulla pianificazione prospettica.
Studi condotti su cenerini africani e su kea (Nestor notabilis) hanno mostrato che questi animali sono capaci di selezionare strumenti o cibo da utilizzare in un futuro immediato, in contesti nei quali non hanno mai operato prima.
Un lavoro di Auersperg e colleghi (2013) ha documentato nei kea la capacità di pianificare sequenze di azioni con strumenti su più passi, in condizioni sperimentali nuove.
Questa capacità implica una rappresentazione mentale di stati futuri, la faccia prospettica della memoria episodica.
Il caso più direttamente pertinente alla memoria episodic-like negli Psittaciformi riguarda il riconoscimento contestuale.
Esperimenti con i kea hanno mostrato che questi animali risolvono problemi in modo diverso a seconda del contesto in cui li hanno incontrati in precedenza, anche quando il problema si presenta in forma superficialmente identica.
Questo suggerisce che la soluzione non viene recuperata come regola astratta, ma come ricordo contestualizzato: quella cosa, in quel tipo di situazione.
Alex e la dimensione temporale: “quante notti?”
Il corpus di dati più lungo e più dettagliato su un singolo Psittaciforme rimane quello di Alex, il cenerino africano di Irene Pepperberg.
Nella letteratura sulle sue capacità cognitive emergono, disseminati tra gli studi principali, episodi che riguardano direttamente la dimensione temporale della memoria.
Alex aveva sviluppato un repertorio comunicativo che includeva richieste, commenti e, significativamente, domande. Pepperberg ha documentato che Alex chiedeva talvolta, in modo apparentemente spontaneo, informazioni su oggetti o eventi non presenti nella stanza.
Questa produzione di richieste riferite a entità assenti implica una rappresentazione mentale di qualcosa che era presente in un momento precedente, una forma di accesso a contenuto episodico.
Più esplicitamente rilevante è la documentazione di risposte differenziate di Alex in base alla durata dell’assenza di oggetti o persone familiari. Il suo comportamento verso Pepperberg dopo periodi di separazione più lunghi era qualitativamente diverso da quello dopo separazioni brevi, il che suggerisce una qualche codifica della durata dell’intervallo, oltre alla semplice codifica dell’evento.
Questi episodi non costituiscono prova sperimentale controllata. Ma sono coerenti con il quadro che emerge dalla ricerca comparativa: un sistema cognitivo capace di rappresentare il passato in modo più ricco della semplice memoria dichiarativa.
Cit: da “Parla con Alex” - di Irene Pepperberg
“io e i miei studenti passavamo ore infinite con Alex, per insegnargli a produrre e comprendere etichette di oggetti e concetti.
I suoi successi erano impressionanti, ma spesso le più memorabili erano le etichette e le frasi che imparava in modo informale: come il giorno in cui mi disse di «darmi una calmata».”
L’altra direzione: anticipazione, aspettativa e sofferenza prospettica
La memoria episodica ha due facce: guarda al passato, ma serve al futuro.
La capacità di ricordare eventi specifici è evolutivamente utile nella misura in cui permette di anticipare eventi analoghi. Nei sistemi cognitivi complessi, questo si traduce in aspettativa: la rappresentazione mentale di ciò che sta per accadere, costruita sulla base di ciò che è già accaduto.
Negli Psittaciformi, l’anticipazione di eventi specifici è documentata su più livelli.
A livello comportamentale, i pappagalli mostrano pattern di attivazione prima di eventi routinari, l’arrivo del proprietario, la somministrazione del cibo, l’apertura della gabbia, che non si spiegano con la semplice risposta a stimoli sensoriali presenti, ma con la rappresentazione anticipatoria di ciò che segue.
Più rilevante, e più difficile da accettare nelle sue implicazioni, è la documentazione di aspettativa negativa.
Pappagalli con storia di esperienze negative ricorrenti in determinati contesti mostrano risposte fisiologiche e comportamentali di allerta già alla presentazione degli stimoli contestuali, prima che l’evento negativo si realizzi.
Questo è il meccanismo adattativo della paura condizionata: ma nei sistemi con memoria episodica, opera su una scala temporale molto più ampia e con contenuti molto più specifici di quanto il semplice condizionamento classico possa spiegare.
La conseguenza diretta: un pappagallo con storia di esperienze negative non vive solo gli effetti di quelle esperienze quando si ripresentano: le anticipa, le porta adosso.
Il peso del passato non è un concetto poetico: è una funzione neurobiologica della memoria episodica.
Il substrato neurologico: l’ippocampo aviare e i sistemi di memoria
La memoria episodica negli esseri umani dipende in modo critico dall’ippocampo e dalle strutture del lobo temporale mediale. Per lungo tempo si è assunto che gli uccelli, in assenza di un ippocampo strutturalmente analogo, non potessero supportare forme di memoria paragonabili.
Questa assunzione è stata progressivamente smontata.
Gli uccelli possiedono una struttura chiamata “ippocampo aviare”, topologicamente e funzionalmente omologa all’ippocampo dei mammiferi, nonostante le differenze architetturali.
Nei pappagalli, l’ippocampo aviare mostra dimensioni relative e densità neurali significativamente superiori rispetto a specie con capacità cognitive meno complesse. Studi di neuroimaging funzionale su uccelli con capacità di memoria spaziale elevate hanno mostrato attivazione ippocampale durante i compiti di codifica e recupero di informazioni contestuali, esattamente il pattern atteso se questa struttura supporta la memoria episodica.
Un elemento particolarmente significativo riguarda la neurogenesi adulta nell’ippocampo aviare.
Mentre nei mammiferi la neurogenesi adulta nell’ippocampo è limitata e oggetto di dibattito, negli uccelli è un processo ben documentato e quantitativamente rilevante.
Nei pappagalli, la produzione di nuovi neuroni ippocampali è associata a periodi di apprendimento intensivo e a stimolazione ambientale complessa. L’isolamento e l’impoverimento ambientale la riducono. Il cervello è plastico: le esperienze lasciano tracce strutturali.
Le implicazioni: cosa cambia sapere che il tuo pappagallo ricorda
Se accettiamo che gli Psittaciformi abbiano una forma di memoria episodica (e l’evidenza disponibile rende questa posizione scientificamente difendibile), allora alcune delle assunzioni più comuni nella gestione dei pappagalli da compagnia richiedono una revisione radicale.
Primo.
Le esperienze negative non vengono dimenticate.
Un pappagallo che ha subito manipolazioni forzate, ambienti imprevedibili, punizioni fisiche o privazione sociale non elabora queste esperienze come eventi conclusi. Le codifica. Le mantiene. Le utilizza per costruire aspettative su ciò che verrà. La frase “ormai è passato” non descrive la realtà neurobiologica dell’animale.
Secondo.
La reputazione di una persona si costruisce nel tempo e si mantiene in modo specifico. Un pappagallo distingue tra individui sulla base di storie interattive memorizzate, non solo sulla base della valenza emotiva generica.
Così, la persona “di cui non si fida” non è una categoria: è un individuo con una storia. E quella storia non svanisce perché ora quella persona è gentile.
Terzo.
Il cambiamento reale richiede tempo proporzionale alla storia. Un pappagallo con anni di esperienze negative non si “riabilita” in settimane.
La plasticità neuronale esiste, ma opera su scale temporali legate alla solidità delle tracce mnestiche (engramma) preesistenti.
Le aspettative costruite su eventi ripetuti e coerenti sono le più resistenti.
Quarto.
La qualità delle esperienze quotidiane non è irrilevante perché “tanto domani si dimentica”. Non si dimentica. Si stratifica. Ogni interazione positiva è una traccia che contribuisce alla costruzione di aspettative positive future. Ogni interazione negativa fa lo stesso, nella direzione opposta.
La coerenza nel tempo non è un optional: è la condizione necessaria perché l’animale possa costruire aspettative accurate e quindi stare bene.
Conclusione
L’idea che gli animali non umani vivano in un eterno presente senza passato che pesi, senza futuro che si anticipi, è una delle più comode che abbiamo mai prodotto.
Questa narrazione ci ha permesso di fare cose che non avremmo fatto se avessimo ritenuto che venissero ricordate (almeno per i più…).
La ricerca sulla memoria episodica ha smantellato questa comodità. Non definitivamente, non senza cautele, non senza le necessarie distinzioni tra specie e condizioni sperimentali. Ma in modo sufficientemente solido da rendere insostenibile la posizione opposta, in particolare per specie cognitive complesse come gli Psittaciformi.
Un pappagallo porta con sé la storia di ciò che gli è stato fatto. La porta in modo specifico, contestuale, duraturo. Non perché sia rancoroso, semplicemente perché il suo cervello funziona esattamente come dovrebbe funzionare un cervello costruito per navigare un ambiente sociale complesso: ricordando ciò che conta. E ciò che è stato fatto a un animale conta sempre. Anche se non lo vediamo più.
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