Foraging: Tutto quello che pensi di sapere probabilmente è sbagliato.
In molti negozi di articoli per animali esiste uno scaffale dedicato al “foraging”. Ci trovi oggetti di plastica colorata con scomparti a scorrimento, palline forate, piramidi impilabili, cilindri rotanti. Sulla confezione c’è scritto “stimolazione mentale”. Il pappagallo deve inserire il becco nell’apertura giusta, premere la levetta corretta, far rotolare il cilindro nel verso giusto, e ottiene il premio.
Questo non è foraging. È la negazione del foraging, confezionata e venduta con il suo nome.
Il foraging è una delle parole più abusate e più fraintese nel campo della gestione dei pappagalli in cattività. Viene usata per descrivere qualunque cosa che coinvolga cibo e un minimo di attività fisica da parte dell’animale. Il risultato è che molti proprietari credono di fare foraging quando in realtà stanno facendo qualcosa di fondamentalmente diverso e il loro pappagallo non riceve nessuno dei benefici che il foraging reale produce.
Questo articolo riparte dall’inizio.
Riparte dal significato biologico del termine. Da ciò che succede nel cervello di un pappagallo quando fa foraging. E da come si traduce tutto questo in qualcosa di praticabile in un appartamento, senza attrezzature speciali e senza laurearsi in etologia.
Cosa è il foraging: la definizione biologica
In etologia, il termine foraging descrive l’insieme dei comportamenti attraverso cui un animale cerca, localizza, valuta, ottiene e consuma il cibo.
Non è solo l’atto di mangiare: è l’intera sequenza che precede e include l’atto di mangiare.
La teoria ottimale del foraging (sviluppata da MacArthur, Pianka e Charnov a partire dagli anni ’60) descrive come gli animali prendono decisioni durante la ricerca del cibo per massimizzare il guadagno energetico netto, bilanciando il costo della ricerca con il valore della risorsa ottenuta.
Questa teoria predice, e i dati empirici confermano, che gli animali non raccolgono cibo in modo casuale: lo fanno in modo strategico, aggiornando continuamente le proprie stime sulla qualità e disponibilità delle risorse sulla base delle informazioni che raccolgono durante l’attività stessa.
Per un pappagallo, questo significa:
- esplorare l’ambiente,
- rilevare la presenza di risorse attraverso vista, olfatto e udito,
- confrontare siti alternativi,
- decidere dove investire il tempo e l’energia,
- manipolare la risorsa per renderla accessibile,
- consumarla,
- aggiornare la mappa mentale dei siti in base all’esperienza.
Ogni fase di questa sequenza è cognitivamente attiva.
Il foraging, in sintesi, è ricerca autonoma e motivata.
L’animale è il soggetto attivo. L’ambiente è variabile e parzialmente imprevedibile. L’esito non è garantito. La decisione è dell’animale.
Cosa non è il foraging: la distinzione che cambia tutto
La distinzione fondamentale è tra ricerca e compito:
Il foraging è ricerca.
I giochi di plastica sono compiti.
In un compito, l’animale sa già dove si trova il cibo, dentro l’oggetto che ha davanti.
Sa già che c’è.
Sa già che deve fare qualcosa per ottenerlo.
Il compito è identificare quale azione produce il risultato.
Una volta appreso il meccanismo, l’operazione è ripetuta in modo automatico.
Non c’è più incertezza, non c’è più esplorazione, non c’è più ricerca.
C’è solo esecuzione.
I giochi di foraging commerciali (le palline, i puzzle, i cilindri rotanti) diventano automatici nel giro di pochi utilizzi.
Il pappagallo impara la soluzione, la esegue, ottiene il cibo.
L’attività cognitiva si riduce quasi a zero.
L’animale non sta cercando: sta estraendo, non ricercando.
C’è poi un secondo problema, specifico agli oggetti commerciali di bassa qualità: il meccanismo non ha nulla a che fare con le competenze motorie naturali del pappagallo. Premere una levetta di plastica nella direzione giusta non attiva il sistema di manipolazione fine del becco e delle zampe. Non è la stessa cosa di aprire un frutto, rimuovere una buccia fibrosa, estrarre un seme da una capsula.
Il gesto è artificiale, il feedback sensoriale è povero, la soddisfazione è minima.
Questo non significa che gli oggetti manipolabili siano inutili. Significa che non sono foraging.
Sono, nel migliore dei casi, una forma di arricchimento motorio che ha valore, ma diverso, limitato e automatizzante, e non sostituisce ciò che il foraging reale produce.
Cosa attiva il foraging nel cervello: la neurobiologia della ricerca
Il valore del foraging non sta nel cibo ottenuto. Sta nel processo di ricerca. Questa affermazione, che potrebbe sembrare controintuitiva, ha una base neurobiologica precisa.
Il sistema dopaminergico mesolimbico (il circuito che regola la motivazione, l’anticipazione e la risposta alla ricompensa) è attivato in modo più intenso e più duraturo dalla fase di ricerca che dalla fase di consumo.
Questo è il fenomeno che Berridge e Robinson hanno chiamato incentive salience
Il sistema dopaminergico codifica il wanting: il volere, la motivazione a cercare,
molto più del liking: il piacere del consumo.
L’animale che cerca il cibo è neurobiologicamente più attivato dell’animale che lo mangia.
Questo significa che un pappagallo che esplora un ambiente alla ricerca di qualcosa da mangiare, senza sapere con certezza dove si trova, senza sapere con certezza cosa troverà, riceve una stimolazione dopaminergica molto superiore a quella che riceve quando estrae un premietto da una pallina di plastica che sa già essere lì.
L’incertezza non è un problema da risolvere: è il fattore neurobiologico che rende il foraging efficace.
Parallelamente alla stimolazione dopaminergica si attiva uno stato esploratorio, sostenuto dalla norepinefrina e dal sistema reticolare attivante, distinto dalla semplice attività motoria in quanto finalizzato all’analisi dell’ambiente.
Cit: da What birdsong can teach us about the central noradrenergic system
“Mentre gli animali si muovono nel loro ambiente, affrontano un costante bombardamento di stimoli sensoriali. Devono imparare a estrarre le informazioni rilevanti per poter eseguire risposte appropriate e ricordare queste azioni per incontri futuri. Il sistema noradrenergico svolge un ruolo fondamentale nel modellare, regolare e mantenere molti dei comportamenti e dei processi neurali coinvolti in queste risposte adattive”
Questa frase riassume nell’essenziale il significato del Foraging.
Il comportamento esploratorio (ossia l’esame attivo dell’ambiente alla ricerca di informazioni rilevanti) è uno stato cognitivo distinto dalla semplice attività motoria. Richiede attenzione sostenuta, aggiornamento continuo delle aspettative, integrazione di informazioni sensoriali multiple. È uno degli stati cognitivi più ricchi che un pappagallo possa sperimentare in cattività. E si attiva solo quando c’è genuina indagine su dove possa trovarsi il cibo.
Detto questo, un principio fondamentale: per affrontare il foraging il pappagallo deve già avere le sue sicurezze alimentari nelle ciotole, dove il cibo è calibrato calcolando anche l’utilizzo finalizzato al foraging. Non va messo a digiuno (anche dei soli cibi grassi) perchè nella frustrazione ricerchi il cibo, altrimenti si chiama stress, che è il contrario del wellbeing che si vuole ottenere.
I principi del foraging reale: cosa deve avere per funzionare
Il foraging biologicamente fondato ha caratteristiche precise. Non tutte devono essere presenti simultaneamente in ogni allestimento, ma devono essere presenti nel sistema complessivo di gestione dell’alimentazione.
Incertezza sulla localizzazione. Il pappagallo non deve sapere in anticipo dove si trova il cibo. Questo è il principio più importante e il più spesso violato. Se il cibo è sempre nello stesso posto, anche se nascosto nello stesso modo, nello stesso oggetto, nello stesso angolo, non c’è ricerca: c’è recupero.
La variabilità della posizione è il motore del comportamento esploratorio che viene eseguito in serenità e con curiosità, non stress.
Incertezza sulla presenza. Idealmente, non ogni punto esplorato dovrebbe contenere cibo. In natura, il pappagallo campiona siti che a volte contengono risorse e a volte no. Questo schema di rinforzo variabile (tecnicamente un variable ratio schedule) produce la motivazione esploratoria più persistente e più resistente all’estinzione. Un ambiente in cui ogni punto esplorato contiene sempre cibo produce rapida saturazione e riduzione della motivazione.
Questo prevede un allestimento sia dentro sia fuori dalla gabbia, in uno spazio dedicato al pappagallo.
Mai nelle vostre mani di “elargitori di premi”, ingenuamente pensando che così il pappagallo ci si attacca di più: Quanti di voi hanno pappagalli che beccano quando associano la vostra presenza all’elargizione di premi?
Manipolazione biologicamente appropriata. Il cibo deve richiedere un’azione di manipolazione coerente con le competenze naturali della specie.
Non premere levette: invece, rimuovere bucce, aprire gusci, estrarre semi, lacerare fibre, separare parti.
Il feedback sensoriale della manipolazione biologicamente appropriata, la resistenza del guscio, la texture della polpa, il suono del seme che cade, fa parte integrante dell’esperienza e non può essere replicato da meccanismi artificiali.
Variabilità nel tempo. Il pattern di distribuzione del cibo per il foraging deve cambiare nel tempo.
L’animale deve aggiornare continuamente la propria mappa dell’ambiente sulla base delle esperienze recenti. Un sistema di foraging statico (anche se inizialmente vario) diventa prevedibile nel giro di poco tempo e perde efficacia.
Autonomia della ricerca. Il pappagallo deve trovare il cibo da solo, senza indicazioni, senza guida, senza facilitazioni.
L’indipendenza dalla presenza umana durante la ricerca è un elemento funzionale: il foraging in natura è un’attività autoregolata, e la competenza di condurla autonomamente è parte del beneficio cognitivo che produce, accrescendo l’autostima del pappagallo.
Come si fa in pratica: esempi concreti senza attrezzature speciali
Il foraging reale non richiede oggetti acquistati. Richiede pensiero. I migliori sistemi di foraging sono quelli costruiti con materiali comuni, variati frequentemente, calibrati sulla specie e sull’individuo.
Avvolgere il cibo.
Un pezzo di frutto o di verdura avvolto in una foglia di lattuga, in un quadrato di carta da forno, in un foglio di carta non trattata, in una foglia di mais o di cavolo: il pappagallo deve esplorare l’involucro, riconoscere il contenuto attraverso l’olfatto o la vista parziale, e lavorare per aprirlo. Il materiale cambia ogni volta. Il contenuto può cambiare. La posizione cambia sempre.
Nascondere nel substrato.
Un contenitore dai bordi bassi riempito di fieno depolverizzato e non addizionato, foglie secche non trattate, corteccia di legno non tossico, terriccio sterile: il cibo è nascosto all’interno. Il pappagallo deve scavare, spostare, esplorare. Attiva comportamenti naturali di ricerca che nella maggior parte degli ambienti domestici non hanno mai occasione di esprimersi.
Distribuire in posizioni diverse ogni giorno.
Piccole quantità di cibo in dieci posizioni diverse: attaccate alle sbarre con uno spiedino di legno senza punte, infilate in una fessura del trespolo, appoggiate su una mensola, avvolte attorno a un ramo, inserito in una pigna senza resina. Il pappagallo non sa dove sono. Deve trovarle. Questa è la componente più semplice da implementare e produce immediatamente un aumento del comportamento esplorativo.
Usare cibo che richiede lavorazione naturale.
Melograni interi, noci con guscio, pannocchie di mais fresche, rami con gemme e corteccia, manghi con la buccia, grappoli di uva con i vinaccioli, spighe di miglio fresche: tutto ciò che richiede tempo, sforzo e tecnica per essere consumato è foraging. La resistenza è il punto, non l’ostacolo.
Variare il contenuto e la posizione in modo imprevedibile.
Il sistema funziona nella misura in cui è genuinamente imprevedibile. Se ogni lunedì il melograno è sulla mensola di sinistra, dopo due settimane il pappagallo lo sa. La variabilità non è una caratteristica accessoria: è il meccanismo che mantiene attivo il comportamento esplorativo nel tempo.
Nota: per chi ha voliere
a questo proposito è raccomandato sviluppare una voliera con il fondo naturale, dove cresceranno erbe, piante, fiori, spighe selvatiche e stagionali. Vi potrete piantare portulache, viole, tarassachi e tanto altro perchè divengano una fonte alternativa e necessaria di cibo per un vero foraging
Calibrare sull’individuo: età, storia e punto di partenza
Un errore comune nell’implementazione del foraging è partire con un livello di difficoltà troppo elevato per l’individuo specifico.
Un pappagallo che non ha mai fatto foraging e che ha sempre trovato il cibo solo nella ciotola, nello stesso posto, alla stessa ora, non sa cercarlo. Non ha sviluppato le competenze esplorative e la tolleranza all’incertezza necessarie. Presentargli improvvisamente un ambiente in cui il cibo non è solo nella ciotola può produrre stress, non stimolazione.
Il punto di partenza deve essere calibrato sulla storia dell’individuo.
Per un pappagallo che non ha mai cercato il cibo, il primo passo è semplicemente rendere visibile il processo: mettere il cibo in un contenitore (foglia di insalata, carta…) aperto quel giusto perchè possa essere veduto, poi più chiuso/avvolto, poi avvolgendolo del tutto con il foglio di carta/insalata etc che il pappagallo possa stracciare facilmente.
Il livello di complessità si aumenta gradualmente, seguendo il pappagallo, non il calendario.
I pappagalli anziani o con storia di impoverimento ambientale prolungato possono mostrare inizialmente scarso interesse. Questo non è rifiuto: è assenza di competenza esplorativa, acquisita attraverso anni di ambiente monotono.
La competenza si ricostruisce lentamente, con esposizioni frequenti, con conquiste immediate nelle prime fasi, con la pazienza di chi sa che il processo richiede settimane, non giorni.
Quello che il foraging non può risolvere
Il foraging è uno strumento utile. Non è uno strumento universale. Vale la pena essere espliciti su questo.
Il foraging non compensa la mancanza di interazione sociale.
Un pappagallo che vive in isolamento sociale con accesso ottimale al foraging è un pappagallo che ha un problema risolto e un problema più grande ancora aperto.
I bisogni cognitivi legati al foraggiamento e i bisogni cognitivi legati alla vita sociale sono sistemi distinti: l’arricchimento di uno non sostituisce l’altro.
Il foraging non sostituisce la relazione con il proprietario.
L’autonomia nella ricerca del cibo è un obiettivo in sé, ma non è un sostituto del contatto sociale, della comunicazione e dell’interazione responsiva.
Un pappagallo che passa quattro ore a fare foraging e poi è ignorato per il resto della giornata non sta meglio di uno che non fa foraging ma ha un’interazione ricca con il proprietario e, meglio ancora, con individui conspecifici.
L’arricchimento ambientale funziona in un contesto di benessere complessivo, non come sostituto di esso.
Il foraging non risolve problemi di origine organica e psicologica.
Un pappagallo indotto a una instabilità emozionale, malato, con dolore cronico, con squilibri nutrizionali o endocrini, il pappagallo deplumato, non beneficia del foraging fino a quando le cause psico-organiche non vengono identificate e trattate.
L’arricchimento ambientale si applica a animali in salute: è una componente del benessere, non una terapia.
Conclusione
Il foraging non è nascondere i premi. Non è comprare un oggetto di plastica su internet. Non è una tecnica di addestramento. Non è un’attività ricreativa.
Il foraging è la restituzione, parziale e adattata, di ciò che il cervello di un pappagallo fa per natura: cercare, valutare, decidere, manipolare, trovare.
È la differenza tra un cervello che esegue e un cervello che pensa. Tra un animale che aspetta e un animale che cerca.
Implementarlo bene richiede poco materiale e molta creatività informata. Richiede di variare, di rendere imprevedibile, di scegliere cibo reale che richieda lavorazione reale e compatibile con la ecologia di specie, di rispettare i tempi dell’individuo.
Richiede soprattutto di capire perché lo si fa e non come si fa. Perché quando si capisce il perché, il come viene da sé.
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