«Se vi ha catturati, non è un caso». Perché il cervello umano non riesce a resistere ai pappagalli e perché questa non è una buona notizia per loro
Se avete un pappagallo, conoscete bene la sensazione. Quel momento in cui vi guarda di tre quarti, rigonfia le penne, abbassa leggermente la testa e vi fissa con quegli occhi enormi, tondi, profondi come pozze. E voi cedete. Sempre.
…cedete anche quando eravate convinti di essere stanchi, distratti, nel mezzo di qualcos’altro.
C’è qualcosa in quel gesto che bypassa qualsiasi filtro razionale e colpisce direttamente un punto che non riesce a restare indifferente.
Quella sensazione ha un nome scientifico preciso (arrivate a metà articolo e troverete il nome), una data di nascita documentata, e un substrato neurologico che gli studi di neuroimaging degli ultimi vent’anni hanno localizzato con millimetrica precisione.
Non è affetto generico.
Non è proiezione sentimentale.
È invece un meccanismo innato di risposta a stimoli infantili che Konrad Lorenz descrisse per la prima volta nel 1943, e che la neurobiologia contemporanea ha poi tracciato fino al sistema dopaminergico di ricompensa e alla corteccia orbitofrontale mediale.
I pappagalli, per ragioni che hanno tutto a che fare con la loro biologia evolutiva, attivano quel meccanismo in modo eccezionalmente efficace.
Capire come, e cosa significa per il benessere degli animali, è probabilmente la cosa più utile che un proprietario possa sapere.
Otto caratteristiche e un meccanismo che non si disinnesca
Nel 1943 Konrad Lorenz pubblica un saggio denso e difficile, interamente in tedesco, su una rivista di etologia.
Il titolo tradotto suona come “Le forme innate della possibile esperienza”.
In un passaggio che diventerà uno dei più citati della letteratura etologica del Novecento, Lorenz elenca le caratteristiche morfologiche dei cuccioli di mammifero che attivano automaticamente negli adulti la motivazione a prendersi cura:
- testa grande e massiccia rispetto al corpo,
- neurocranio che domina sul viso,
- occhi grandi e posizionati nella metà inferiore del cranio,
- arti corti e grassocci,
- forme corporee arrotondate,
- guance paffute,
- movimenti goffi,
- vocalizzazioni acute.
Lorenz chiama questo insieme Kindchenschema (letteralmente “schema del bambino”) e lo definisce uno Schlüsselreiz, ossia un “stimolo-chiave” che elicita automaticamente, senza apprendimento e senza necessità di mediazione conscia, un pattern comportamentale di cura.
Il meccanismo, sostiene Lorenz, è innato: non si impara a trovare teneri i cuccioli, si nasce con quella risposta già cablata.
L’ipotesi sembrava quasi troppo elegante per essere vera.
Eppure la ricerca sperimentale successiva l’ha confermata punto per punto.
Negli anni Settanta, infatti, esperimenti con disegni schematici manipolati parametricamente hanno dimostrato che la fronte ampia, il mento piccolo e l’iride ingrandita aumentano sistematicamente la percezione di “tenerezza” negli osservatori adulti.
Stephen Jay Gould nel 1979 condusse un insolito esperimento naturale: misurò come Mickey Mouse fosse cambiato dal 1928 al 1978 attraverso decenni di redesign commerciale, e trovò che Topolino era diventato progressivamente più neotenizzato (testa più grande, occhi più grandi, proporzionalmente più simile a un cucciolo) in parallelo con la sua crescente popolarità di massa.
La Disney, inconsapevolmente, aveva applicato Lorenz.
Centotrent'anni di millisecondi: cosa accade nel cervello
Il salto dalla descrizione etologica alla neurobiologia avviene nei primi anni Duemila.
Con la magnetoencefalografia diventa possibile misurare le risposte cerebrali con precisione al millisecondo e localizzarle nello spazio con una risoluzione mai raggiunta prima.
Il risultato principale di questa stagione di ricerca è tanto netto da risultare quasi scomodo:
quando un adulto (genitore o meno, uomo o donna) vede un volto infantile, la corteccia orbitofrontale mediale si attiva in meno di 130 millisecondi.
Prima che la persona abbia elaborato consapevolmente cosa sta guardando, il cervello ha già classificato lo stimolo come “cucciolo” e ha già avviato la risposta di cura.
Ma non è solo una questione di riconoscimento rapido.
Studi con risonanza magnetica funzionale mostrano che l’intensità dei tratti pedomorfici predice linearmente l’attivazione del nucleo accumbente, struttura centrale nel circuito mesocorticolimbico della dopamina (lo stesso circuito che risponde al cibo, al sesso, alla musica che ci piace*). E insieme al nucleo accumbente, si attivano corteccia cingolata anteriore, precuneo, giro fusiforme.
Parallelamente viene rilasciata ossitocina, il neuropeptide dell’attaccamento e della fiducia, quello che circola quando abbracciamo qualcuno che amiamo.
La risposta non è limitata ai volti umani:
studi su adulti esposti a immagini di cuccioli di diverse specie mostrano lo stesso pattern, con la stessa automaticità.
I bambini piccoli la mostrano già a partire da due anni.
È un meccanismo robusto, trans-specie, e (questo è il punto cruciale) non si disinnesca per decisione razionale. Si può sapere perfettamente cosa sta succedendo e cedere comunque. Probabilmente state cedendo anche adesso, solo leggendone.
Il pappagallo come superstimolo: morfologia e comportamento
La domanda che ora si pone naturalmente è: i pappagalli soddisfano davvero i criteri del Kindchenschema?
La risposta è sì, e in modo più completo di quanto si tenda a pensare. Cominciamo dalla morfologia.
Un pappagallo adulto sano ha:
- occhi grandi, tondi,
- posizionati nella metà inferiore della testa,
- ha il cranio globoso, senza collo visibile grazie alla postura abituale,
quando rigonfia le penne per il riposo o per il contatto sociale, il suo corpo:
- assume proporzioni arrotondate, quasi sferiche,
- con le zampe corte che scompaiono parzialmente nel piumaggio,
- l’andatura a terra è dondolante, laterale, percepita universalmente come “goffa” anche da chi non conosce nulla di ornitologia.
- i vocalizzi di richiamo di contatto (quelli con cui il pappagallo cerca il gruppo) sono acuti, modulati, con caratteristiche prosodiche che ricordano le vocalizzazioni infantili dei mammiferi.
Non esiste ancora uno studio parametrico che abbia misurato sistematicamente in che misura i tratti morfologici degli Psittaciformi si sovrappongano ai criteri lorenziani con un lavoro analogo a quelli condotti sui cani, dove è stato dimostrato che i cuccioli con determinate proporzioni del cranio vengono adottati più rapidamente nei rifugi, ma le condizioni risuonano fortemente in chi è stato “catturato” nelle maglie di affetto profondo per i pappagalli.
Quella ricerca manca, ed è una lacuna che merita di essere colmata. Ma l’osservazione comportamentale, coerente con quanto documentato in letteratura, suggerisce che i pappagalli si collocano nella fascia alta dello spettro degli stimoli pedomorfici efficaci tra gli animali da compagnia.
Non solo l’aspetto: la neotenia che viene da dentro
C’è però qualcosa di più profondo dei tratti morfologici, e capirlo cambia la prospettiva sull’intera questione.
I pappagalli non sembrano cuccioli per ragioni estetiche accidentali. Sono animali con una biologia evolutiva che prevede una infanzia straordinariamente lunga e un’intera vita adulta segnata da comportamenti che nei mammiferi sono tipicamente giovanili.
Nei grandi psittaciformi generalmente il periodo di dipendenza dai genitori si estende ben oltre l’involo, in alcune specie ben oltre l’anno d’età.
I giovani continuano a richiedere cibo ai genitori, a seguirli, a imparare osservando, molto tempo dopo di quando sarebbero tecnicamente capaci di sopravvivere da soli (sanno mangiare, sanno volare, sanno fuggire al pericolo…).
In età adulta, molti di quei comportamenti non scompaiono del tutto: l’allopreening (la pulizia reciproca delle penne) rimane un comportamento affiliativo centrale; le vocalizzazioni di contatto mantengono caratteristiche prosodiche infantili; il comportamento di richiesta di cibo dal partner è presente nei legami di coppia consolidati. Questa è neotenia comportamentale in senso stretto: il mantenimento in età adulta di caratteristiche tipicamente giovanili.
Perché sia così non è un mistero.
I pappagalli hanno un encefalo con densità neuronale paragonabile ai primati, un fatto documentato solo nel 2016 e che ha richiesto di ripensare radicalmente le categorie della cognizione aviaria.
Quella densità neuronale straordinaria è il prodotto diretto di una pressione evolutiva specifica: la necessità di un’ontogenesi lunga, protetta, con una finestra di apprendimento estesa nel tempo.
Il parenting prolungato non è un costo biologico tollerato: è il meccanismo che ha reso possibile l’intelligenza.
Longevità, grande cervello e dipendenza prolungata sono tre facce della stessa moneta evolutiva. Un’Ara può vivere ottant’anni. Ottant’anni di una creatura che non smette mai del tutto di avere i tratti di un cucciolo, che non smette mai del tutto di attivare il nostro sistema di cura.
Epimelesi interspecifica: quando la cura attraversa la specie (Epimelesi: ecco il nome scientifico preciso)
Prendersi cura di individui di un’altra specie non è un’anomalia umana.
In natura è documentato in oltre centoventi specie di mammiferi e centocinquanta di uccelli, con casi di adozione cross-generis descritti in primati, cetacei, canidi.
Il meccanismo è lo stesso che Lorenz aveva intravisto: il sistema di cura parentale è modulato da stimoli, non da relazioni di parentela verificate. Quando uno stimolo-chiave è sufficientemente efficace, il sistema si attiva a prescindere dalla specie che lo emette.
In questo senso l’epimelesi interspecifica è un comportamento biologicamente normale, non un errore.
È normale che una specie possa prendersi cura di un’altra specie.
È normale che lo facciamo noi con i pappagalli.
Quello che non è automaticamente normale, o meglio, quello che richiede consapevolezza attiva, è la gestione di quel coinvolgimento quando l’animale con cui lo condividiamo non è un cucciolo temporaneo da accompagnare verso l’autonomia, ma un individuo adulto con bisogni specifici e complessi.
L’ossitocina coinvolta nel legame umano-animale non è una metafora: è la stessa molecola misurata nel sangue di genitori e figli, e aumenta in entrambi i partner (umano e animale) durante le interazioni affiliative.
Il loop è bidirezionale: il pappagallo non è passivo in questa dinamica, risponde, si orienta, cerca il contatto, emette i segnali che mantengono attivo il sistema di cura del suo umano di riferimento.
Non è manipolazione in senso consapevole. È quello per cui la selezione naturale lo ha equipaggiato.
Il punto di caduta: quando il piacere diventa danno
Fin qui la storia è bella, quasi simmetrica. Due sistemi biologici che si incontrano, si riconoscono, costruiscono qualcosa.
Il problema emerge quando si guarda all’altra faccia di quella stessa medaglia.
I pappagalli allevati a mano (sottratti al nido e cresciuti dall’umano fin dalle prime settimane) fissano il loro imprinting su di noi (o meglio: la loro Impregnazione).
Non sviluppano un legame con i conspecifici: sviluppano un legame (richiedendo anche di mettersi in coppia con un umano specifico), con tutto ciò che ciò comporta in termini di gelosia, territorialità, e incapacità di trovare soddisfazione nelle relazioni con altri della propria specie.
Quello che sembra un privilegio (essere “scelti” come partner da un cenerino, per esempio) è in realtà la traccia di un errore di sviluppo che condannerà quell’animale a una frustrazione cronica.
Ciò che realmente otteniamo dall’allevamento a mano è la “maneggiabilità” del pappagallo, almeno nelle prime fasi di vita in cui l’animale sta vivendo il suo fisiologico “periodo dell’attaccamento”. Poi il sapore della relazione stabilita su queste innaturali basi, presenterà dei problemi.
La iniziale “maneggiabilità”, infatti, non ci assicura nulla del rapporto futuro con lui, al contrario è il seme che fiorirà in enormi problemi negli anni a venire.
I dati sono molto chiari su questo punto: i pappagalli hand-reared (=allevati a mano) mostrano tassi di stereotipie significativamente più alti dei parent-reared (allevati dai genitori):
- più aggressività reindirizzata verso gli umani;
- più comportamenti di richiesta di cibo ritualizzati che non trovano risposta adeguata.
La feather damaging behavior (FDB, la mutilazione delle proprie penne, uno dei problemi clinici più complessi della medicina aviare) ha una prevalenza stimata tra il 10 e il 17% negli hand-reared contro circa l’1% nei parent-reared.
Nei soggetti affetti, l’escrezione di metaboliti del corticosterone è fino a sei volte superiore ai controlli.
Non stiamo parlando di un tic nervoso: stiamo parlando di un animale cronicamente stressato, con un asse dello stress permanentemente iperattivo.
Il meccanismo, nella sua forma più comune, funziona così:
- il pappagallo hand-reared forma un legame di iperattaccamento/coppia con il proprietario.
- Quel legame è l’unico legame affiliativo profondo che ha.
- Il proprietario è presente in modo intermittente, non può rispondere ai segnali di contatto con la frequenza e la modalità che un conspecifico garantirebbe, scompare per
ore, torna con stati d’umore variabili, porta estranei in casa durante la stagione riproduttiva.
- Il pappagallo non ha strumenti esperienziali e appresi per elaborare questa incoerenza in modo adattivo. Quel che resta è frustrazione, vigilanza iperattiva, arousal difficile
da regolare, oltre che l’incapacità di affrontare malesseri, cambiamenti e, infine, la vita.
Conoscere il meccanismo non riduce il piacere. Lo rende responsabile
Arrivati a questo punto, una domanda si impone: cosa facciamo di queste informazioni? Smettere di godere del rapporto con il pappagallo non è né possibile né utile. Il sistema di cura si attiverà comunque: non c’è lettura che lo disinnesca. E non sarebbe neanche il punto.
Il punto è un altro.
Sapere che quello che proviamo è reale, biologicamente fondato, condiviso con decine di milioni di anni di evoluzione dei sistemi parentali, aiuta a trattarlo come tale: una risposta imponente, che merita attenzione.
Come ogni risposta imponente, può essere usata bene o male. Può orientarsi verso scelte che fanno bene all’animale, o verso quelle che lo soddisfano nell’immediato ma lo danneggiano nel lungo periodo.
Capire perché un pappagallo ci cattura non ci rende immuni. Ci rende più capaci di chiederci, di fronte a ogni scelta che lo riguarda: sto facendo questo perché è bene per lui, o perché soddisfa il mio sistema di cura?
La differenza, a volte, è sottile. Altre volte è la distanza tra un animale che prospera e uno che soffre in modo cronico senza che nessuno lo noti.
I pappagalli hanno occhi grandi, testa rotonda, vocalizzazioni acute e un’intelligenza che richiede decenni per esprimersi pienamente. Hanno tutto quello che serve per tenerci agganciati per tutta la vita. La domanda non è se ci tengono agganciati. È cosa facciamo, noi, di quell’aggancio…
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