Sa cosa stai pensando. Cognizione sociale, teoria della mente e lettura delle intenzioni negli Psittaciformi
C’è un momento in cui quasi chiunque abbia vissuto con un pappagallo ha sperimentato almeno una volta: stai per fare qualcosa (aprire la gabbia, avvicinarti con le mani in una certa posizione, cambiare il tono della voce) e l’animale reagisce prima che tu lo faccia.
Non allo stimolo: all’intenzione.
Si ritrae, si avvicina, si irrigidisce, vocalizza, in risposta a qualcosa che ancora non è accaduto ma che sta per accadere.
L’interpretazione immediata è quasi sempre la stessa: “è molto intelligente”, oppure “mi legge nel pensiero”.
Entrambe le formulazioni sono imprecise.
La prima è vaga.
La seconda è metaforica.
Quello che succede ha una spiegazione scientifica precisa, ed è più interessante di entrambe le semplificazioni.
I pappagalli sono animali con un sistema cognitivo evoluto per navigare ambienti sociali complessi. In quegli ambienti, la capacità di prevedere il comportamento altrui (leggendo intenzioni, stati attentivi, conoscenze) ha valore adattativo diretto.
La domanda scientifica è:fino a che punto questo sistema opera su rappresentazioni genuine degli stati mentali altrui?
La risposta è, come spesso accade in etologia cognitiva, più ricca e più sfumata di qualunque risposta semplice.
Cosa si intende per teoria della mente: la domanda e i suoi limiti
Il termine teoria della mente è stato introdotto da Premack e Woodruff nel 1978 in un articolo che chiedeva esplicitamente: lo scimpanzé ha una teoria della mente?
La definizione operativa era: la capacità di attribuire stati mentali (credenze, intenzioni, desideri, conoscenze) a sé stessi e agli altri, e di usare queste attribuzioni per prevedere e spiegare il comportamento.
Il test classico per verificare questa capacità negli animali è il cosiddetto false belief task: l’animale deve dimostrare di capire che un altro individuo può avere una credenza falsa, credere qualcosa che non corrisponde alla realtà.
Superare questo test implica comprendere che la rappresentazione mentale altrui può divergere dalla propria.
È considerato il marcatore più robusto della teoria della mente in senso pieno.
Il dibattito nella letteratura comparativa è lungo e non risolto. Ciò che è chiaro è che la domanda non ammette una risposta binaria.
La teoria della mente non è un interruttore che si accende o si spegne: è un continuum di capacità che comprende la lettura dello sguardo, il riconoscimento dell’attenzione altrui, la comprensione dell’intenzione, la distinzione tra azione accidentale e intenzionale, fino alla rappresentazione di credenze false.
Specie diverse mostrano competenze diverse lungo questo continuum. E negli Psittaciformi, l’evidenza disponibile suggerisce che alcune di queste competenze siano solide e robuste.
La distinzione cruciale: chi non può e chi non vuole
Uno degli esperimenti più eleganti sulla cognizione sociale dei pappagalli è stato condotto da Pepperberg e collaboratori su Alex e su altri cenerini africani, e riguarda esattamente la distinzione tra incapacità e rifiuto.
Nella vita quotidiana con un essere umano, un pappagallo incontra continuamente situazioni in cui la persona non soddisfa una richiesta.
La domanda cognitivamente rilevante è:
l’animale differenzia tra una persona che non può fare qualcosa e una persona che non vuole farlo?
Questa distinzione richiede di modellare lo stato interno dell’altro (le sue capacità, le sue intenzioni) non solo di registrare l’esito comportamentale.
Gli esperimenti di Pepperberg hanno mostrato che i cenerini africani modificano il proprio comportamento in modo sistematicamente diverso a seconda del tipo di “rifiuto” ricevuto.
Quando l’esaminatore non poteva fisicamente fornire l’oggetto richiesto, il comportamento del pappagallo era diverso da quello osservato quando l’esaminatore poteva ma aveva scelto di non farlo.
Nel secondo caso, Alex mostrava persistenza nella richiesta, escalation vocale, e in alcuni episodi comportamenti che gli sperimentatori hanno descritto come espressione di frustrazione.
Nel primo, la risposta era più neutra e l’animale si orientava verso alternative.
Questa differenza comportamentale è coerente con una rappresentazione dell’intenzione altrui. Non dimostra in modo definitivo la teoria della mente in senso pieno (esistono interpretazioni più parsimoniose), ma esclude che il sistema cognitivo del pappagallo operi esclusivamente sul comportamento osservabile senza alcuna modellazione degli stati interni.
La comprensione dell’inganno: quando il pappagallo capisce di essere manipolato
Un secondo filone di ricerca riguarda la capacità di rilevare l’inganno.
Questa capacità richiede un livello di sofisticazione cognitiva superiore alla semplice lettura delle intenzioni: implica comprendere che l’altro sta producendo un’informazione deliberatamente falsa, e che questa falsità è intenzionale.
Negli esperimenti di Pepperberg sull’apprendimento mediante modellazione (model/rival technique), emergevano regolarmente episodi in cui Alex reagiva in modo diverso quando l’esaminatore forniva informazioni che contraddicevano ciò che lui aveva già osservato direttamente. La risposta non era di semplice confusione: includeva comportamenti di verifica, ripetizione della richiesta con insistenza qualitativa diversa, e in alcuni casi il rifiuto di rispondere, come se l’animale stesse segnalando che la risposta ricevuta non era attendibile.
Ricerche più sistematiche sulla comprensione dell’inganno negli Psittaciformi sono state condotte sui kea da Auersperg e colleghi.
I kea mostrano quella che i ricercatori hanno chiamato vigilanza informativa: la tendenza a svalutare le informazioni fornite da individui che in precedenti interazioni si sono rivelati inaffidabili.
Questo implica non solo la memoria dell’evento specifico, ma la costruzione di una rappresentazione della affidabilità dell’individuo come caratteristica stabile, una forma primitiva ma funzionale di attribuzione di tratti intenzionali.
La lettura dello sguardo: seguire l’attenzione altrui
Uno dei marcatori più accessibili della cognizione sociale avanzata è la capacità di seguire lo sguardo altrui, ossia di orientare la propria attenzione verso ciò che un altro individuo sta guardando.
Questa capacità, chiamata gaze following, sembra banale ma implica una rappresentazione dell’attenzione altrui come stato diretto verso qualcosa: un’informazione sullo stato mentale dell’altro, non solo sul suo comportamento motorio.
Negli Psittaciformi, il gaze following è stato documentato in modo robusto.
I pappagalli seguono il punto di attenzione visiva dell’umano, si orientano verso oggetti indicati da gesti di puntamento, e modificano il proprio comportamento in funzione di ciò che l’umano può o non può vedere.
Studi su parrocchetti ondulati (Melopsittacus undulatus) e su cenerini africani hanno mostrato che questi animali adattano il proprio comportamento di richiesta in funzione dello stato attentivo dell’umano: richieste più intense e persistenti quando l’umano è distratto o non guarda nella loro direzione, comportamenti più diretti quando l’umano è visivamente orientato verso di loro.
Questa modulazione non è spiegabile con il semplice condizionamento: richiede che l’animale rappresenti l’attenzione dell’umano come variabile rilevante, e aggiusti il proprio comportamento comunicativo di conseguenza. È esattamente ciò che fa un bambino di 12-18 mesi nelle prime fasi dello sviluppo della cognizione sociale: affermare questo non significa antropomorfizzare, ma ricordare che la “biologia” non butta via niente di ciò che si è manifestato efficace, riutilizzando il modello biologico in senso trasversale, su più specie.
I kea e il problem solving sociale: intelligenza come negoziazione
I kea (Nestor notabilis) della Nuova Zelanda rappresentano probabilmente il caso più studiato di cognizione sociale avanzata negli Psittaciformi, e il loro profilo cognitivo è rilevante per la questione della teoria della mente per ragioni specifiche.
I kea sono uccelli che vivono in ambienti variabili e imprevedibili, dove il problem solving individuale non basta: la cooperazione, la negoziazione e la manipolazione sociale sono strategie adattative centrali.
Studi di Auersperg, Huber e collaboratori hanno documentato nei kea la capacità di risolvere compiti cooperativi che richiedono la sincronizzazione dell’azione con un partner, la comprensione del ruolo complementare dell’altro, e l’adattamento della propria strategia in funzione del comportamento del partner.
Particolarmente rilevante è la documentazione di comportamenti di inganno attivo nei kea in contesti competitivi.
Individui in competizione per una risorsa mostrano comportamenti di distrazione diretti (come vocalizzazioni o movimenti che orientano l’attenzione del rivale altrove) seguiti da accesso alla risorsa.
Questo non è spiegabile come effetto collaterale di un comportamento funzionalmente diverso: è produzione deliberata di informazione fuorviante per manipolare il comportamento altrui. Richiede, almeno funzionalmente, una rappresentazione di ciò che l’altro vede e di come modificarla.
Il profilo cognitivo dei kea suggerisce che l’intelligenza sociale negli Psittaciformi non è un epifenomeno della complessità cognitiva generale: è il suo nucleo.
Il cervello di questi animali si è evoluto per navigare la complessità sociale, e la navigazione della complessità sociale richiede qualcosa di funzionalmente molto vicino alla teoria della mente.
I limiti dell’evidenza: cosa sappiamo e cosa ancora non sappiamo
La cautela epistemologica è necessaria. La letteratura sulla teoria della mente negli animali non umani è attraversata da un dibattito metodologico che non è risolto, e sarebbe scorretto presentare le evidenze sugli Psittaciformi come conclusive in senso pieno.
Il problema centrale è quello della parsimonia interpretativa. Per ogni comportamento che sembra implicare attribuzione di stati mentali, esiste in linea di principio una spiegazione alternativa basata su associazioni apprese, lettura di segnali comportamentali osservabili, o generalizzazione da esperienze precedenti.
Distinguere empiricamente tra un sistema che modella gli stati mentali altrui e uno che ha appreso correlazioni comportamentali molto sofisticate è metodologicamente difficile, ed è il motivo per cui il dibattito nella letteratura continua.
Quello che si può affermare con solidità è che gli Psittaciformi mostrano competenze cognitive che sono funzionalmente equivalenti ad aspetti della teoria della mente: distinguono tra agenti intenzionali e non intenzionali, tra chi può e chi vuole, tra informazione affidabile e inaffidabile, tra attenzione diretta e non diretta.
Se questo implichi una rappresentazione genuina degli stati mentali altrui (nel senso filosofico forte del termine) è una domanda a cui la ricerca non ha ancora risposto definitivamente.
Però, la domanda importante per chi vive con un pappagallo non è quella filosofica. È quella pratica: quel sistema cognitivo mi sta valutando? Sta costruendo una rappresentazione di me come agente con intenzioni, capacità e storia? La risposta a quella domanda, sulla base delle evidenze disponibili, è sì.
Il ribaltamento: non sei tu che addestri il pappagallo
C’è una conseguenza della cognizione sociale avanzata degli Psittaciformi che viene quasi sempre ignorata, probabilmente perché è scomoda da accettare: il pappagallo non impara solo come rispondere ai tuoi comportamenti. Impara come produrli.
Un animale che monitora le intenzioni, che valuta l’affidabilità delle fonti, che costruisce rappresentazioni dinamiche degli agenti con cui interagisce, ha tutti gli strumenti cognitivi necessari per identificare le contingenze che governano il comportamento umano.
Il pappagallo sa cosa ti piace, sa cosa ti disturba. Sa quale suo comportamento produce quale tua risposta. E usa questa conoscenza in modo sistematico.
L’esempio più eloquente è anche il più comune, e per questo il più invisibile.
Porgi la mano al pappagallo per farlo salire. Lui non vuole salire (magari sta facendo altro, magari non è nel momento giusto, magari semplicemente non gli va). Ma non vuole nemmeno un confronto diretto. Allora abbassa la testa, dopo averti segnalato con lievi spostamenti del corpo che non vuole salire.
E tu? Fai quello che fai sempre quando il pappagallo abbassa la testa davanti a te: gli gratti la testa. È un riflesso quasi automatico. La testa abbassata è un segnale che leggi come invito al contatto, e rispondi di conseguenza.
Il risultato: la mano non lo ha fatto salire. I grattini sono arrivati. La richiesta è stata dirottata con successo.
Questo non è un episodio carino. È un esperimento di condizionamento operante in cui il soggetto sperimentale sei tu.
Il pappagallo ha identificato un comportamento che produce in te una risposta prevedibile e desiderabile per lui, e lo usa come strumento per modificare il tuo comportamento in modo vantaggioso. Lo fa con coerenza. Lo fa con tempismo. E, cosa più importante, lo fa funzionare.
Non è un caso isolato.
I pappagalli imparano rapidamente quali vocalizzazioni fanno accorrere il proprietario e quali no. Imparano a quali ore l’umano è più disponibile e a quali è inutile insistere. Imparano quali comportamenti producono attenzione (anche attenzione negativa, che è pur sempre attenzione) e li selezionano di conseguenza.
Imparano, in sintesi, le regole del tuo comportamento meglio di quanto tu impari le loro.
Questa asimmetria ha una spiegazione semplice: il pappagallo dedica una quota significativa delle sue risorse cognitive al monitoraggio dell’ambiente sociale. Tu, molto probabilmente, no.
Il risultato è che in molte coppie pappagallo-proprietario, la direzione reale dell’addestramento è l’opposto di quella percepita.
Non è una critica: è una constatazione etologica. Un sistema cognitivo costruito per cavarsela nella complessità sociale, immerso in un ambiente semplice e prevedibile come una casa, ha tutto il tempo e tutte le capacità per mappare con precisione il comportamento dell’unico agente sociale disponibile.
Capirlo non significa smettere di fare i grattini! Significa sapere che quando li fai in quel momento, non sei tu che stai scegliendo: il pappagallo è riuscito a “cambiare discorso” (evviva!). E che quella scelta è il risultato di un processo cognitivo attivo, intenzionale, e notevolmente efficace.
Le implicazioni: vivere con un animale che ti valuta
Se gli Psittaciformi operano con competenze funzionalmente equivalenti alla teoria della mente (e l’evidenza lo suggerisce con sufficiente solidità), allora la relazione tra pappagallo e proprietario non è una relazione tra un soggetto e un “oggetto” sensibile. È una relazione tra due agenti cognitivi che si valutano reciprocamente.
Primo. Il pappagallo costruisce una rappresentazione di te come individuo specifico, con intenzioni, abitudini, stati emotivi e storia interattiva.
Questa rappresentazione si aggiorna continuamente. Non è una valutazione generica: è una mappa dettagliata e dinamica di chi sei come agente nei suoi confronti.
Secondo. Il pappagallo distingue tra ciò che fai involontariamente e ciò che fai intenzionalmente.
Un movimento accidentale che lo spaventa viene codificato diversamente da un movimento deliberato che lo spaventa. Questa distinzione è rilevante per capire perché alcuni eventi producono effetti durevoli sul comportamento e altri no: dipende da come vengono attribuiti.
Terzo. L’affidabilità è una variabile che il pappagallo monitora attivamente.
Un proprietario imprevedibile (che a volte risponde alle richieste e a volte no senza logica apparente, che a volte è disponibile e a volte no senza segnali leggibili e comprensibili) non viene semplicemente ignorato: viene classificato come fonte inaffidabile.
Le conseguenze di questa classificazione si ripercuotono su ogni interazione successiva.
Quarto. Il pappagallo valuta le tue intenzioni prima che si traducano in azioni.
Legge la postura, il tono muscolare, la direzione dello sguardo, il ritmo del respiro. Non lo fa in modo consapevole nel senso riflessivo umano: lo fa perché il suo sistema cognitivo è costruito per estrarre informazioni predittive dall’ambiente sociale. Il risultato è un animale che reagisce a ciò che stai per fare, non a ciò che hai fatto. E che registra ogni volta che le sue previsioni si rivelano corrette o sbagliate.
Conclusione
La domanda “la teoria della mente riguarda i pappagalli?” è la domanda sbagliata.
O meglio: è una domanda il cui valore pratico è limitato finché rimane nel territorio della disputa filosofica sulla coscienza animale.
La domanda giusta è più semplice e più immediata: quel sistema cognitivo mi sta modellando come agente intenzionale? Sta costruendo previsioni su ciò che farò e valutando la mia affidabilità come fonte di informazioni e come partner interattivo?
A quella domanda, l’evidenza risponde in modo abbastanza chiaro.
Un pappagallo non “si comporta male”. Risponde a una valutazione. E quella valutazione si costruisce ogni giorno, in ogni interazione, con la stessa precisione con cui si costruisce qualunque altra rappresentazione in un sistema cognitivo ad alta complessità. La reputazione che hai presso il tuo pappagallo non è un’impressione. È un modello. E i modelli si aggiornano lentamente, soprattutto quando sono stati costruiti nel tempo con dati coerenti.
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