Perché i pappagalli non dovrebbero avere un padrone. La proprietà degli animali cognitivamente complessi: tra filosofia, evidenze scientifiche e un cambiamento già in corso che quasi nessuno ha notato

In Italia, se un pappagallo muore per abbandono, il responsabile risponde penalmente ai sensi dell’articolo 544-ter del codice penale. Ma se un pappagallo viene venduto, regalato, lasciato in eredità o ceduto a un rifugio, questo avviene esattamente come avviene per una sedia o per un elettrodomestico: è un bene, e il proprietario ne dispone.

Questa contraddizione ha un nome nella filosofia del diritto: Gary Francione, professore alla Rutgers Law School e primo accademico a insegnare diritti animali in una facoltà di giurisprudenza, la chiama schizofrenia morale.
Diciamo di amare gli animali, li trattiamo come membri della famiglia, e al tempo stesso li classifichiamo come proprietà disponibile.
La contraddizione non è solo filosofica: produce effetti misurabili sul benessere degli animali che subiscono questa struttura giuridica.

Questo articolo non prende una posizione abolizionista. Prende una posizione più scomoda e più precisa: la categoria della proprietà è strutturalmente inadeguata a un essere cosciente e longevo come un pappagallo, e il diritto italiano (silenziosamente, senza che quasi nessuno se ne sia accorto) ha già cominciato a muoversi in una direzione diversa.


La schizofrenia morale

Francione usa questa espressione per descrivere una situazione precisa: trattiamo gli animali come se avessero un valore morale intrinseco quando ci fa comodo, e come proprietà disponibile quando non ci fa comodo.

Amiamo i nostri pappagalli.
Celebriamo il loro compleanno.
Li portiamo dal veterinario.
Piangiamo quando muoiono.
E al tempo stesso riteniamo di poterli vendere, cederli, tenerli in gabbia, farne ciò che vogliamo nei limiti della legge, esattamente come faremmo con qualsiasi altro oggetto di nostra proprietà.

La contraddizione non è solo filosofica. Ha conseguenze pratiche documentate.

Quando un animale è proprietà, nel bilanciamento tra l’interesse del proprietario e quello dell’animale, vince quasi sempre il proprietario…

Posso tenere il mio pappagallo in una gabbia troppo piccola perché è mio (in realtà il Regolamento di detenzione animale di quasi tutte le città italiane indica misure minime per le gabbie che quasi sempre non sono rispettate).
Posso dargli una dieta sbagliata perché è mio.
Posso cederlo perché mi stanca, perché è mio.

La legge interviene solo agli estremi del continuum come il maltrattamento eclatante, l’abbandono e lascia tutto il resto allo spazio incontrollato della proprietà.


La tesi di Francione è che questo non sia un difetto corregibile delle leggi esistenti: sia il difetto strutturale della categoria stessa.
Finché un animale è proprietà, qualsiasi legge sul benessere è secondaria rispetto al diritto di proprietà. È come cercare di tutelare uno schiavo migliorando le condizioni della schiavitù: il problema non è nelle condizioni, è nella struttura.

Cosa sa fare un pappagallo (e perché questo cambia tutto)

  • Alex era un cenerino. Ha lavorato con la ricercatrice Irene Pepperberg per trentuno anni, prima ad Harvard poi all’Università dell’Arizona.
    Conosceva cinquanta oggetti, sette colori, cinque forme, sapeva contare fino a sei. Ma il risultato più straordinario e più rilevante per questa discussione, è venuto quando gli è stata mostrata una vassoio con zero noci.
    Alex ha risposto “none”: nessuno.
    Era la prima dimostrazione sperimentale di un concetto simile allo zero in un non-umano che non fosse un primate. Pepperberg ha poi precisato che le capacità cognitive di Alex erano comparabili a quelle di un bambino di quattro-sei anni.

  • Nel marzo 2020, Bastos e Taylor dell’Università di Auckland hanno pubblicato su Nature Communications un risultato altrettanto straordinario: i kea (Nestor notabilis), i pappagalli alpini della Nuova Zelanda, mostrano le tre firme dell’inferenza statistica di tipo umano.
    Usano proporzioni relative per prevedere probabilità, integrano informazioni fisiche e sociali, escludono spiegazioni alternative. Era la prima volta che questa capacità prima considerata esclusiva dei primati, veniva documentata in un uccello.

  • Nel gennaio 2020, Brucks e von Bayern del Max Planck Institute for Ornithology hanno pubblicato su Current Biology un esperimento su otto cenerini africani: sette degli otto passavano spontaneamente gettoni di scambio a un conspecifico che non poteva ottenerli autonomamente, permettendogli di ottenere cibo. Senza beneficio immediato per sé.
    Von Bayern ha commentato: “Ci ha sorpreso che sette su otto lo facessero al loro primissimo tentativo.” È comportamento prosociale spontaneo: la stessa struttura cognitiva che nei bambini piccoli chiamiamo altruismo.

Il 7 luglio 2012, alla Francis Crick Memorial Conference di Cambridge, un gruppo internazionale di neuroscienziati firmò la Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza.

Il testo è esplicito: “il peso dell’evidenza indica che gli esseri umani non sono unici nel possedere i substrati neurologici che generano la coscienza. Gli animali non umani, inclusi tutti i mammiferi e gli uccelli, possiedono anch’essi questi substrati neurologici.”

La Dichiarazione segnala espressamente gli uccelli come “un caso eclatante di evoluzione parallela della coscienza”.

Il punto filosofico che questi dati producono è questo: un essere capace di concetti astratti, di pianificazione futura, di comportamento prosociale spontaneo, con substrati neurologici della coscienza documentati, non è un oggetto.
Trattarlo come proprietà non è una questione di preferenza culturale: è una contraddizione logica.



Il pappagallo che ti sopravviverà

C’è un argomento pratico contro il paradigma della proprietà applicato ai pappagalli che non richiede alcuna filosofia: la longevità.

Un cenerino può vivere sessant’anni. Un’ara può superare i cinquanta. Una cacatua può arrivare a ottanta.
Questi animali sopravvivono ai propri proprietari. E quando il proprietario muore, l’animale (in quanto bene di proprietà) passa nell’asse ereditario esattamente come il mobilio, i gioielli e l’automobile.
Il problema è che un erede può non volere un pappagallo di quarant’anni con le sue abitudini, i suoi legami, i suoi traumi.
E allora il pappagallo viene ceduto.
E magari ceduto di nuovo.
Le organizzazioni di rescue documentano pappagalli che hanno attraversato anche sette case nell’arco della vita, a volte molte di più.

Gli studi sui telomeri, i caps terminali dei cromosomi che si accorciano con l’età e con lo stress, hanno documentato l’impatto biologico di questo fenomeno.
Aydinonat e colleghi, in uno studio pubblicato su PLOS ONE nel 2014, hanno misurato la lunghezza dei telomeri in cenerini di diverse condizioni sociali.

Il risultato: i cenerini tenuti da soli a nove anni avevano telomeri comparabili a quelli di cenerini in compagnia di cospecifici di trentadue anni più vecchi. L’isolamento sociale produceva un invecchiamento biologico accelerato di più di due decenni.

Ogni cessione è una perdita di legami, un ricominciare da zero in un contesto sconosciuto.
Ogni cessione produce stress che, quando non saputo gestire (nella stragrande maggioranza dei casi), facilmente diventa stress cronico.
Lo stress cronico, come abbiamo documentato nell’articolo sull’infiammazione di basso grado, produce danno biologico cumulativo.
Un pappagallo che attraversa sette case in sessant’anni non sta semplicemente cambiando indirizzo: sta subendo sette episodi di perdita e sette episodi di adattamento in un sistema nervoso che non ha gli strumenti per elaborare queste rotture nel modo in cui le elaborerebbe un animale selezionato per la flessibilità sociale.

Il diritto che si muove: quello che è già cambiato in Italia

La questione dello status giuridico degli animali non è più solo filosofia. Il diritto, in Italia e in Europa si sta muovendo, per quanto lentamente, in modo contraddittorio, ma si sta muovendo.

Nel febbraio 2022, la legge costituzionale 11 febbraio 2022, n. 1 ha modificato l’articolo 9 della Costituzione italiana, inserendo per la prima volta la tutela degli animali tra i principi fondamentali della Repubblica.
Il testo ora recita che “la legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”.
Gli animali compaiono nel testo costituzionale come destinatari diretti di tutela non più mediati attraverso il sentimento umano, non più accidentalmente inclusi nella tutela dell’ambiente.

Nel luglio 2025 è entrata in vigore la Legge 6 giugno 2025, n. 82, la cosiddetta legge Brambilla. Ha fatto qualcosa che non era mai stato fatto prima: ha cambiato il nome del Titolo IX-bis del codice penale da “Dei delitti contro il sentimento per gli animali” a “Dei delitti contro gli animali”.
Non è un cambio cosmetico: il soggetto della tutela penale non è più il sentimento umano di pietà, ma l’animale stesso.
Sul piano civile gli animali restano beni di proprietà, e la contraddizione strutturale permane. Ma la direzione è inequivocabile.

Meno nota, ma più operativa, è la trasformazione terminologica già avvenuta in alcune normative regionali.

La Legge Regionale Piemonte 9 aprile 2024, n. 16 è la più avanzata: definisce “responsabile di animali d’affezione” come “il proprietario e chiunque accetta, anche temporaneamente, la detenzione di un animale d’affezione e ne risponde civilmente e penalmente”, e riconosce agli animali in quanto “esseri senzienti” “il diritto a una esistenza compatibile con le proprie caratteristiche biologiche ed etologiche”.
Non è solo un cambio di parole: è un cambio di struttura. Il responsabile non dispone dell’animale: risponde per l’animale.

In Germania il codice civile (BGB) contiene dal 1990 il paragrafo 90a: “Tiere sind keine Sachen”. Gli animali non sono cose. Il paragrafo aggiunge che le norme sulle cose si applicano per analogia dove non sia diversamente stabilito, il che ha fatto parlare di “cosmetica giuridica”. Ma anche la cosmetica giuridica indica una direzione: la categoria “cosa” non regge più quando applicata a un essere senziente.

Perché cambiare parola non basta e perché cambia tutto

L’American Veterinary Medical Association si oppone alla sostituzione di “proprietario” con “tutore” nelle leggi sugli animali, per ragioni pratiche:
nel diritto anglosassone la guardianship è un rapporto fiduciario in senso tecnico, ossia l’interesse del pupillo (ward) prevale sempre su quello del guardiano.
Questo potrebbe esporre i proprietari di animali a responsabilità legali nuove, limitare scelte mediche come l’eutanasia, conferire agli animali standing processuale.
Le preoccupazioni non sono irragionevoli e vanno comprese capendo anche la differente mentalità con cui il mondo anglosassone approccia l’argomento detenzione-animale. Molto differente dal nostro, sia nel buon senso, sia nel verso opposto.

Ma l’AVMA stessa, pur opponendosi al termine, riconosce che molti problemi di benessere derivano dall’idea che l’animale sia proprietà disponibile.
La contraddizione è dentro la stessa istituzione che difende la parola “proprietario”.

La differenza tra proprietà e responsabilità non è solo verbale.
- Possedere implica diritti dispositivi: l’oggetto è mio, posso farne ciò che voglio.
- Essere responsabili implica obblighi verso qualcuno che non ha chiesto di essere affidato alle nostre cure.

Il pappagallo non ha chiesto di nascere in cattività.
Non ha chiesto di essere venduto.
Non ha chiesto di vivere in casa nostra.
Ci è stato dato, e questa asimmetria è la base dell’obbligo di responsabilità, non il fondamento di un diritto di proprietà.


Sandra, gli oranghi e i confini del diritto

Il 18 dicembre 2014 la Camera Federale di Cassazione Penale argentina ha pronunciato una delle sentenze più discusse della storia del diritto animale: in un caso di habeas corpus presentato per Sandra, un’orango detenuta allo zoo di Buenos Aires, ha stabilito che “è necessario riconoscere l’animale come soggetto di diritti, perché gli esseri non umani sono titolari di diritti”.
Sandra è stata poi trasferita in un santuario in Florida.

I giuristi critici (incluso il Nonhuman Rights Project, che pure sostiene i diritti degli animali) segnalano che quella frase era dictum non vincolante, che la sentenza non concesse formalmente l’habeas corpus né la personalità giuridica a Sandra.
Il risultato pratico, cioè il trasferimento al santuario, fu ottenuto, ma il fondamento giuridico resta controverso. Il dibattito accademico su questi casi è lungi dall’essere chiuso.

Ora ciò che conta per questa discussione non è la solidità tecnica di quella sentenza: è il fatto che un tribunale di uno stato di diritto abbia ritenuto necessario pronunciarsi in questi termini. La domanda è entrata nell’agenda giuridica. Non è più solo filosofia.

Per i pappagalli specificamente, nessuna giurisdizione ha ancora esteso ragionamenti analoghi. Ma i criteri cognitivi che filosofi come Regan usano per definire il “soggetto-di-una-vita”, credenze, desideri, memoria, percezione del proprio futuro, vita emotiva, capacità di iniziare azioni per perseguire scopi, sono soddisfatti in misura documentata, dai cenerini, dai kea, dalle cacatua.
L’argomento cognitivo per estendere questa protezione agli psittaciformi è scientificamente fondato. Che il diritto ci arrivi è questione di tempo e di pressione politica, non di principio.



Non “padrone”: responsabile

Non stiamo chiedendo di liberare tutti i pappagalli, sarebbe una follia.
Stiamo chiedendo qualcosa di più semplice e di già in parte esistente: smettere di usare la parola “padrone” e adottare la parola “responsabile”, con tutto ciò che questa parola implica sul piano degli obblighi.
Un percorso che si deve condurre per gradi, iniziamo da qui.

In pratica, questo significa alcune cose concrete.

La prima: pianificare la propria morte.
Un pappagallo giovane ti sopravviverà. Se non hai disposto esplicitamente, nel tuo testamento, di chi si occuperà di lui e con quali risorse, stai esercitando la proprietà senza la responsabilità.
I testamenti che prevedono fondi specifici per l’accudimento degli animali (i pet trust, riconosciuti in molti ordinamenti) sono lo strumento legale per tradurre la responsabilità in impegno concreto.

La seconda: non acquistare, adottare.
I rifugi per psittaciformi sono pieni di animali con storie di abbandono, malagestione, trauma.
Adottare un pappagallo adulto è un atto di responsabilità verso un essere che non ha scelto la propria situazione.
Acquistare un pulcino di allevamento è un atto di proprietà che alimenta un mercato che produce sofferenza.

La terza: usare il linguaggio giusto.
“Il mio pappagallo” vs “il pappagallo di cui mi prendo cura” non è la stessa cosa. Le parole plasmano i rapporti.
Il termine “caregiver” non è scelto per estetica: è scelto perché la parola che usiamo per descrivere la relazione determina come la viviamo e quali obblighi percepiamo.

La quarta: detenzione sociale.
Se si tiene un pappagallo, tenerlo con un conspecifico.
Gli studi sui telomeri, sulle stereotipie, sul benessere psicologico convergono in modo univoco: i pappagalli solitari invecchiano più in fretta, sviluppano più patologie comportamentali, hanno vite più brevi e di minore qualità.
La solitudine non è una scelta che un responsabile può fare per l’animale di cui è responsabile, un pappagallo è un animale sociale e preda e dei cospecifici ne ha la stretta necessità. È una violazione dell’obbligo di responsabilità.
Pensate che in alcuni Paesi è fatto obbligo di adottare/acquistare due pappagalli e non uno.

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Il cenerino che Pepperberg ha studiato per trentun anni non aveva un padrone: aveva una ricercatrice che aveva scelto di prendersi cura di lui e di imparare da lui.
La relazione era asimmetrica sul piano delle capacità, ma era fondata sul riconoscimento reciproco.
Alex non era una proprietà di Pepperberg: era il suo interlocutore di ricerca, e lei era la sua ricercatrice.

L’ultima sera della sua vita, Alex ha detto a Pepperberg: “You be good. I love you.” Pepperberg non lo ha mai usato per fare un video virale.
Lo ha usato come epigrafe di un libro.

Un pappagallo non ha un padrone.

Ha qualcuno che si è preso la responsabilità di lui.

O non ha nessuno.

Nota editoriale

Parrotsmania non sostiene posizioni abolizioniste sulla detenzione degli psittaciformi. Riconosciamo che esistano relazioni tra esseri umani e pappagalli fondate su cura genuina e responsabilità reale. Sosteniamo tuttavia che il paradigma della proprietà sia inadeguato a descrivere queste relazioni e produca, dove viene applicato senza critica, danni al benessere degli animali. La soluzione che proponiamo, di sostituire il paradigma della proprietà con quello della responsabilità, è già parzialmente presente nel diritto italiano vigente.
Ribadiamo: iniziamo da qui e vi accorgerete passo a passo di molti aspetti sino ad oggi sottintesi.

Riferimenti

Filosofia della proprietà degli animali

Francione G.L. (1995). Animals, Property, and the Law. Temple University Press, Philadelphia.

Francione G.L. (1996). Rain Without Thunder: The Ideology of the Animal Rights Movement. Temple University Press.

Regan T. (1983). The Case for Animal Rights. University of California Press, Berkeley.

Singer P. (1975). Animal Liberation. New York Review / Random House, New York.

Cognizione degli psittaciformi

Pepperberg I.M. (2006). Cognitive and communicative abilities of Grey parrots. Applied Animal Behaviour Science, 100(1–2): 77–86.

Pepperberg I.M. & Gordon J.D. (2005). Number comprehension by a Grey parrot (Psittacus erithacus), including a zero-like concept. Journal of Comparative Psychology, 119(2): 197–209.

Bastos A.P.M. & Taylor A.H. (2020). Kea show three signatures of domain-general statistical inference. Nature Communications, 11: 828. DOI: 10.1038/s41467-020-14695-1.

Brucks D. & von Bayern A.M.P. (2020). Parrots voluntarily help each other to obtain food rewards. Current Biology, 30(2): 292–297. DOI: 10.1016/j.cub.2019.11.030.

Low P. et al. (2012). The Cambridge Declaration on Consciousness. Cambridge, 7 luglio 2012.

Longevità, telomeri e benessere

Aydinonat D. et al. (2014). Social isolation shortens telomeres in African grey parrots (Psittacus erithacus erithacus). PLoS ONE, 9(4): e93839. DOI: 10.1371/journal.pone.0093839.

Meehan C.L., Garner J.P. & Mench J.A. (2003). Isosexual pair housing improves the welfare of young Amazon parrots. Applied Animal Behaviour Science, 81(1): 73–88.

Diritto e status giuridico degli animali

Legge costituzionale 11 febbraio 2022, n. 1 (modifica artt. 9 e 41 Costituzione italiana).

Legge 6 giugno 2025, n. 82. Modifiche al codice penale in materia di reati contro gli animali. GU n. 137 del 16.6.2025.

Legge Regionale Piemonte 9 aprile 2024, n. 16. Norme per la tutela e il benessere degli animali.

BGB (Codice Civile Tedesco) § 90a (1990): “Tiere sind keine Sachen”.

Argentina, Cámara Federal de Casación Penal, Sala II, 18 dicembre 2014 (caso Sandra, orango; habeas corpus).

World Parrot Trust

World Parrot Trust (2024). Position statement: should people keep and breed parrots? parrots.org [online].

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