Il pappagallo che balla su TikTok sta soffrendo. Come i social media normalizzano una gestione scorretta, creano aspettative irrealistiche e alimentano il ciclo dell’abbandono
Esiste un effetto documentato dalla letteratura scientifica che prende il nome da un pesce pagliaccio:
l’uscita di Alla ricerca di Nemo nel 2003 produsse un aumento del 40% nelle vendite di pesci clown e una riduzione del 75% della popolazione selvatica di Amphiprion ocellaris nelle aree ad alta densità turistica del Sud-Est asiatico…
Un film per bambini che predicava la libertà degli animali marini aveva, come effetto collaterale documentato, devastato una specie.
I social media hanno replicato questo meccanismo su scala infinitamente più grande, infinitamente più veloce, e con conseguenze che ricercatori come Nekaris e colleghi hanno documentato in modo sistematico: i video di animali esotici sui social media sono correlati con aumenti della domanda di quelle stesse specie come animali da compagnia.
Non esiste una correlazione più diretta di questa.
Per i pappagalli, il problema ha dimensioni specifiche che le altre specie non hanno.
- Un pappagallo può vivere cinquant’anni.
- Il ciclo di attenzione di TikTok dura ventiquattr’ore.
Questa asimmetria non è solo poetica: è la misura del problema.
L’effetto Nemo con le piume
Nekaris e colleghi, in uno studio pubblicato nel 2013 su PLOS ONE, hanno analizzato i video di lori pigmei (Nycticebus) su YouTube: specie selvatiche protette, illegali come animali da compagnia in quasi tutto il mondo, riprese in situazioni domestiche e diventate virali.
La correlazione tra visualizzazioni e sequestri doganali era statistica e significativa: più visualizzazioni producevano più richieste di acquisto, più traffico illegale, più animali sequestrati alle frontiere.
Lo studio fu il primo a quantificare scientificamente il collegamento tra popolarità social e danno alla conservazione.
Studi successivi hanno replicato il risultato su altre specie: piccoli primati, rettili, uccelli esotici.
Il pattern è invariabile.
La presenza di una specie nei social media (sia che appaia in video amatoriali, sia che venga usata come prop da influencer = per prop si intende qualsiasi oggetto di scena o accessorio utilizzato per arricchire un video) produce un aumento della domanda. E la domanda produce cattura dal selvatico o allevamento intensivo, entrambi con costi di benessere documentati.
Per i pappagalli il meccanismo è amplificato da una caratteristica che li distingue da quasi tutti gli altri animali: parlano.
O almeno sembrano farlo.
Un video di un cenerino che risponde a domande, di un'ara che dice il proprio nome, di un cacatua che canta è un contenuto con un engagement intrinseco che nessun altro animale può replicare.
L’algoritmo lo premia.
Il proprietario guadagna follower, assumendosi un’enorme responsabilità, perché il mercato registra la domanda.
Eppure il cenerino, quello che sembra così felice nel video, ha probabilmente passato ore prima della ripresa in uno stato di sovrastimolazione che il proprietario non ha gli strumenti per riconoscere come tale. Per lui, che gli ha insegnato frasi o parole, va tutto bene…
Il pappagallo che "balla" non sta sempre ballando spontaneamente
Il video più diffuso nella storia dei contenuti social sui pappagalli è quello di Snowball, un cacatua di Eleonora che sincronizzava i movimenti a ritmo di musica.
Lo studio di Patel e colleghi del 2009 su Current Biology ha usato Snowball come punto di partenza per documentare il vocal mimicry-coupled rhythmic entrainment: la capacità di sincronizzare i movimenti a un ritmo esterno, presente negli uccelli che imparano vocalizzazioni e assente nei mammiferi ad eccezione dell’uomo. Era biologia cognitiva genuina e affascinante.
Il problema è ciò che è successo dopo: il video di Snowball ha generato milioni di imitazioni.
- Pappagalli messi di fronte ad altoparlanti a volume massimo per elicitare movimenti che venissero filmati.
- Pappagalli stimolati in continuazione finché non producevano il comportamento desiderato, rinforzato con premi.
- Pappagalli esposti a sessioni addestrative e di ripresa che duravano ore.
La sensibilità uditiva degli uccelli è documentata in modo preciso: la coclea aviare ha una densità di cellule ciliate superiore a quella dei mammiferi, ma questo significa anche maggiore vulnerabilità al danno da rumore intenso.
Gli uccelli subiscono danni cocleari a intensità sonore molto più basse di quelle che danneggiano l’udito umano.
Un altoparlante Bluetooth a volume da discoteca in un appartamento non è uno stimolo innocuo per un pappagallo: è uno stimolo potenzialmente lesivo ripetuto a ogni sessione di ripresa.
Ma il danno uditivo non è il solo.
Ogni sessione di ripresa in cui il pappagallo viene manipolato, stimolato, contenuto in pose, costretto in costumi, esposto a flash fotografici ripetuti, è una sessione di stress che attiva l’asse HPA.
Il corticosterone sale e il sistema immunitario si altera.
L’infiammazione cronica di basso grado (di cui abbiamo scritto nell’articolo precedente e di cui per primi abbiamo trattato sin dall’inizio di questa missione informativa) riceve un contributo nefasto per la salute.
Il pappagallo non può dire al proprietario che è stressato. Può solo mostrarlo, settimane dopo, con comportamenti che il proprietario non collega a quelle sessioni di ripresa.
Il welfare washing: l’arricchimento per la telecamera
C’è una categoria di contenuti che sembra virtuosa e che è invece una delle più problematiche.
La chiamiamo welfare washing: i video in cui il proprietario mostra “come si cura bene” il proprio pappagallo.
La voliera grande e stra-piena (che non va bene…) di giocattoli. Il cibo fresco e vario. L’arricchimento elaborato. Le sessioni di training con rinforzo positivo. Tutto filmato, montato, pubblicato.
Il problema non è nei contenuti in sé: la voliera grande, il cibo vario e l’arricchimento sono ciò che ogni pappagallo dovrebbe avere.
Il problema è l’incentivo che la telecamera crea.
Quando il benessere dell’animale diventa un contenuto, il proprietario è incentivato a eseguire l’arricchimento quando la telecamera è accesa e a trascurarlo quando non lo è. Sono i secondi del video che non dicono cosa c’è dietro, nel resto delle ventiquattr’ore.
L’arricchimento deve essere quotidiano, ruotato, calibrato sul comportamento individuale dell’animale.
Non può essere uno spettacolo settimanale.
Esiste poi un sottogenere ancora più problematico: i video di “training” in cui il pappagallo esegue comportamenti sempre più elaborati, “codaggio” del comportamento sgradito. Acrobazie, sequenze complesse, “trick” che richiedono centinaia di ripetizioni per essere filmati in modo soddisfacente.
Questi video vengono presentati come dimostrazione di legame, intelligenza e rapporto di fiducia. In molti casi sono invece la dimostrazione di imbeccatura e di sessioni di addestramento prolungate oltre la finestra cognitiva dell’animale e la tolleranza di specie.
Il pubblico vede il risultato e vuole replicarlo.
Non vede le sessioni fallite.
Non vede il pappagallo che due ore dopo la ripresa ha le piume arruffate e rifiuta il contatto.
Non vede il veterinario aviario che tre anni dopo diagnostica stereotipie in un animale con storia di addestramento intensivo.
L’algoritmo non sa cosa è un pappagallo
Gli algoritmi di YouTube, TikTok e Instagram ottimizzano una variabile sola: il tempo di permanenza sulla piattaforma.
I video con animali hanno storicamente un engagement superiore alla media. I video con animali che eseguono comportamenti inattesi (parlano, ballano, interagiscono con oggetti) hanno engagement ancora più alto.
L’algoritmo non distingue tra un video in cui un pappagallo interagisce spontaneamente con un puzzle feeder e un video in cui un pappagallo è stato contenuto in una posizione non naturale finché non ha eseguito il comportamento desiderato.
Entrambi producono engagement. Entrambi vengono amplificati.
Questo crea un sistema di incentivi perverso per i content creator: più il comportamento del pappagallo è spettacolare, più riceve visualizzazioni.
Più visualizzazioni producono monetizzazione, partnership commerciali, follower.
La pressione a ottenere performance sempre più elaborate dall’animale è strutturale, non individuale.
Non è una questione di cattiveria dei singoli creatori: è una questione di architettura della piattaforma.
Il meccanismo ha un nome nella letteratura sull’economia dei media digitali: attention economics.
L’attenzione è la risorsa scarsa, e ogni piattaforma è progettata per catturarla e trattenerla. Gli animali, e in particolare gli animali che sembrano avere una vita interiore come i pappagalli, sono uno degli strumenti più efficaci disponibili per questo scopo.
Il pappagallo non ha firmato un contratto. Non riceve compenso. Non può rifiutare una ripresa. Non ha un agente che negozia le condizioni di lavoro.
Il proprietario, il creator, riceve regali da aziende, gabbie, allestimenti…data la visibilità.
Questo non corrisponde al benessere dell’animale, il pubblico non sa vedere cosa c’è dietro, non percepisce un animale che divora bucce della frutta come fame, ma come un divertente uccellino che mangia perchè gradisce.
Il gap tra il pappagallo sul video e il pappagallo in casa
Così, chi compra un pappagallo dopo aver visto contenuti social ha nella testa un’immagine precisa: un animale affettuoso, interattivo, che comunica, che ha una personalità vivace e che genera contenuti condivisibili.
Non ha nella testa il pappagallo reale: un animale che urla alle sei del mattino, che distrugge qualsiasi oggetto alla sua portata, che richiede quattro-sei ore di interazione quotidiana, che può mordere con una forza capace di fratturare un dito, che si ammala silenziosamente e muore in ventiquattr’ore se non viene portato dal veterinario giusto al momento giusto.
Il gap tra aspettativa e realtà è la prima causa di abbandono documentata nei pappagalli da compagnia.
I rifugi per psittaciformi (in Italia come in Europa e negli Stati Uniti) riportano liste d’attesa di anni.
Gli animali entrano con storie che seguono un pattern invariabile: acquistato come cucciolo dopo aver visto un video sui social, diventato “aggressivo” o “difficile” tra i sei mesi e i due anni (quando raggiunge la maturità sessuale), ceduto quando non è più gestibile.
I dati italiani specifici sull’abbandono dei pappagalli sono difficili da raccogliere perché non esiste un registro nazionale degli animali esotici ceduti. Ma le organizzazioni di tutela (tra cui la LAV e diverse associazioni di rescue che accolgono anche psittaciformi) documentano un aumento costante delle richieste di accoglienza negli ultimi cinque anni, correlato con la crescita dell’interesse per i pappagalli sui social media italiani.
Il pappagallo abbandonato ha una storia media che include: acquisto impulsivo o scarsamente informato, gestione sbagliata nei primi mesi, sviluppo di comportamenti problematici come risposta alla gestione sbagliata, tentativi di correzione che peggiorano la situazione, cessione dell’animale.
È una storia che si ripete perché ogni nuovo ciclo di contenuti virali produce un nuovo ciclo di acquisti impulsivi. L’algoritmo è sempre pronto con un nuovo video.
Alex e la differenza tra conoscenza e intrattenimento
C’è un pappagallo che è diventato famoso senza causare nessuno dei danni descritti in questo articolo.
Si chiamava Alex, era un cenerino, ed è stato per trent’anni il soggetto di ricerca di Irene Pepperberg all’Università di Harvard e poi all’Università dell’Arizona.
Alex aveva un vocabolario funzionale di oltre cento parole, categorizzava oggetti per colore, forma e materiale, comprendeva i concetti di “stesso” e “diverso”, esprimeva preferenze e talvolta frustrazioni con frasi composte.
La differenza tra Alex e il pappagallo sul video di TikTok non è nella performance: entrambi “parlano”, entrambi interagiscono, entrambi sembrano intelligenti.
La differenza è nello scopo e nel protocollo: ogni interazione con Alex era documentata, ripetuta in condizioni controllate, soggetta a peer review.
Le sessioni duravano il tempo che Alex tollerava: quando smetteva di rispondere, la sessione finiva.
Quando mostrava segni di affaticamento, veniva riportato al suo spazio.
Il benessere di Alex non era un effetto collaterale della ricerca: era una condizione della ricerca.
Alex è morto nel 2007 a trentatrè anni, una morte prematura per la specie, ancora oggetto di discussione in letteratura.
Le sue ultime parole documentate, la sera prima di morire, furono: "You be good. I love you." Pepperberg non le ha mai usate per fare un video virale.
Questa distinzione è quella che i social media non hanno gli strumenti per fare. Un video di Alex che risponde correttamente a una domanda di categorizzazione semantica e un video di un pappagallo ammestrato a dire una frase per ottenere cibo producono lo stesso engagement.
L’algoritmo li tratta allo stesso modo.
Il pubblico li vede allo stesso modo. Ma una delle due cose è scienza. L’altra è spettacolo.
Non siamo contro i contenuti sui pappagalli. Siamo contro la disinformazione.
Questa non è una posizione contro chi produce contenuti sui propri pappagalli.
Non è una posizione contro chi condivide la propria vita con un animale straordinario.
È una posizione contro l’assenza di contestualizzazione, contro la normalizzazione di pratiche sbagliate, contro il sistema di incentivi che premia lo spettacolo indipendentemente dal benessere.
Esistono creatori di contenuti, alcuni con milioni di follower, che usano la piattaforma per diffondere informazione corretta. Che spiegano perché il pappagallo in quel video non sembra felice. Che documentano i comportamenti normali e quelli anomali. Che mostrano le sessioni di veterinaria, le diete vere, le difficoltà reali.
Questi contenuti hanno engagement più basso. L’algoritmo li penalizza. Questo è il problema strutturale che nessun creatore singolo può risolvere.
Quello che i singoli (proprietari, veterinari, appassionati, associazioni) possono fare è sviluppare una lettura critica dei contenuti sugli animali: chiedersi cosa non si vede nel video prima di mettere un like.
Come sta il pappagallo quel video prima che la telecamera si accenda.
Cosa succede quel video dopo che la telecamera si spegne.
Se il comportamento mostrato è spontaneo o elicitato.
Se lo stress è visibile nelle posture, negli occhi, nei movimenti delle piume.
E astenersi dal condividere contenuti in cui un pappagallo è chiaramente stressato, contenuto, esposto a stimoli dannosi o usato come prop ( = per prop si intende qualsiasi oggetto di scena o accessorio utilizzato per arricchire un video).
Non perché sia illegale: perché condividerlo è parte del meccanismo che lo produce.
─────────────────────────────────────────
Come riconoscere lo stress in un pappagallo in un video
Prima di condividere un contenuto con un pappagallo, osservare: pupille contratte a puntini (flight response), palpebre sbarrate o socchiuse, piume schiacciate al corpo (non arruffate), testa abbassata con collo retratto, movimenti laterali rapidi della testa, masticazione a vuoto o schiocco del becco ripetuto, respiro accelerato visibile, postura con peso su un piede mentre l’altro trema, tentativi ripetuti di allontanarsi dalla telecamera o dal proprietario, pappagalli che divorano come fossero lupi affamati il cibo offertogli (i pappagalli NON mangiano in questo modo!).
Uno o più di questi segnali in un video indicano un animale in stato di stress acuto. Quello che sembra “carino” o “funny” per il pubblico è spesso un animale che comunica disagio nel solo modo in cui può.
─────────────────────────────────────────
Riferimenti scientifici
Social media e traffico di animali esotici
Nekaris K.A.I. et al. (2013). Tickled to death: analysing public perceptions of 'cute' videos of threatened species (slow lorises - Nycticebus spp.) on Web 2.0 sites. PLoS ONE, 8(7): e69215. DOI: 10.1371/journal.pone.0069215.
Cardoso P. et al. (2021). Scientists' warning to humanity on illegal or unsustainable wildlife trade. Biological Conservation, 263: 109341.
Soriano-Redondo A. et al. (2023). Social media drives exotic pet demand: evidence from internet search and trade data. Communications Biology. DOI: 10.1038/s42003-023-04901-3.
Effetto Nemo e specie iconiche
Militz T.A. & Foale S. (2017). The 'Nemo Effect': perception and reality of Finding Nemo's impact on marine aquarium fisheries. Fish and Fisheries, 18(3): 596–606. DOI: 10.1111/faf.12183.
Veríssimo D. et al. (2017). Established and potential channels through which the legal trade in endangered parrots can be used to launder illegally caught birds. Bird Conservation International, 27(2): 177–195.
Ritmo e cognizione nei pappagalli
Patel A.D. et al. (2009). Experimental evidence for synchronization to a musical beat in a nonhuman animal. Current Biology, 19(10): 827–830. DOI: 10.1016/j.cub.2009.03.038.
Segnali di stress e benessere nei pappagalli
Mota-Rojas D. et al. (2022). Pain recognition and assessment in birds. Veterinary Clinics of North America: Exotic Animal Practice, 25(2): 565–578.
Van Zeeland Y.R.A. et al. (2009). Feather damaging behaviour in parrots: a review. Applied Animal Behaviour Science, 121(2–3): 75–95.
Alex e la ricerca con i pappagalli
Pepperberg I.M. (2009). Alex & Me. Collins, New York.
Pepperberg I.M. (2006). Cognitive and communicative abilities of grey parrots. Applied Animal Behaviour Science, 100(1–2): 77–86.
Abbandono e commercio degli psittaciformi
World Parrot Trust (2024). Parrots in crisis: the companion parrot overpopulation problem. parrots.org [online].
Olah G. et al. (2016). Ecological and socio-economic factors affecting extinction risk in parrots. Biodiversity and Conservation, 25(2): 205–223.
─────────────────────────────────────────
© Parrotsmania.eu — Contenuto protetto dal diritto d’autore. Riproduzione non autorizzata vietata.