Il limite storico del Comportamentismo non è ciò che spiega, ma ciò che non può vedere. Il Rinforzo positivo spiegato bene.
Premessa doverosa:
da tempo si è diffusa una narrazione secondo cui qualunque critica all’addestramento basato sul rinforzo positivo sarebbe frutto di “ignoranza scientifica”, “uso improprio della bibliografia” o “confusione concettuale” tra apprendimento e stereotipie…etc etc
Questa posizione viene spesso presentata come “scientificamente inattaccabile”, facendo leva su citazioni selettive, richiami all’autorità accademica e una presunta unanimità della letteratura.
Il problema è che questa narrazione è scientificamente fragile, non perché il rinforzo positivo sia “sbagliato” in sé, ma perché viene difeso attribuendogli proprietà che la letteratura non gli riconosce e, soprattutto, perché viene usato come scudo per evitare di discutere i veri nodi del benessere dei pappagalli (leggete sotto della black-box e capirete molte cose)
Che il rinforzo positivo sia un principio sperimentalmente valido (che si appella a una sola funzione del sistema nervoso!) non implica che ogni sua applicazione sia automaticamente benefica. Questo è un salto logico che nessuna disciplina scientifica seria accetterebbe, infatti vi offriamo degli esempi:
- La farmacologia non sostiene che un farmaco efficace lo sia in qualunque dose, contesto o durata. Allora avremmo un solo rimedio per tutte le malattie! Anti-scientifico e inaccettabile.
- La fisiologia non sostiene che uno stimolo utile non possa diventare dannoso se cronico o decontestualizzato.
…Eppure, nel dibattito sull’addestramento dei pappagalli (e non solo sui pappagalli, ma sempre basato sul R+), si pretende di applicare al comportamento un’eccezione che non esiste in nessun altro ambito scientifico.
La rigidità culturale di questa scuola è nota sin dal secolo scorso anche se, alla bisogna, ultimamente i suoi esponenti si mascherano da educatori ed etologi: un comportamento di comodo visto che il comportamentismo non reputa l’etologia una materia scientifica e che usano l’addestramento chiamandolo educazione (nulla di più distante). Quindi abbiamo un problema di assoluta incoerenza.
Uso strumentale della bibliografia a favore di ciò che non c’è:
Il richiamo a studi come quello di Coleman & Maier sui macachi rhesus viene spesso usato come prova definitiva. Ma questo è un uso metodologicamente scorretto della letteratura.
Quegli studi dimostrano che il rinforzo positivo può ridurre lo stress in procedure avversive inevitabili (contenimento, manipolazione, test invasivi). Non dimostrano che l’addestramento ripetitivo sia una forma di arricchimento ambientale sufficiente, né che possa sostituire comportamenti naturali basati sulla scelta e le declinazioni specifiche. Infatti, gli stessi autori parlano di effetti contestuali, individuali e spesso non duraturi, senza contare i rischi metabolici legati all’uso sistematico del cibo e il fatto che anche il rinforzo positivo può diventare di fatto coercitivo se l’animale non ha alternative reali (per es: è messo a digiuno, anche parziale).
Trasporre questi risultati ai pappagalli in cattività domestica è un salto concettuale illegittimo.
La questione non è se un comportamento addestrato sia o non sia una stereotipia secondo Mason.
La questione è se un comportamento appreso, funzionale e rinforzato può diventare un’attività ripetitiva che occupa tempo e risorse cognitive, senza migliorare il controllo ambientale né il repertorio specie-specifico dell’animale (leggete sotto della black-box).
Questo lo rende irrilevante o potenzialmente compensatorio, e quindi insufficiente dal punto di vista del benessere.
Aggiungiamo che:
Prevedibilità/interruzione/omissione del rinforzo - burst / aggressività / frustrazione
Non bastasse quanto spiegato sopra, la letteratura qui è storica e nota: quando una risposta è mantenuta da rinforzo e poi la contingenza cambia (estinzione/omissione), possono comparire effetti collaterali: aggressività e frustrazione.
Side effects of extinction:
Lerman, D. C., Iwata, B. A., & Wallace, M. D. (1999). Side effects of extinction: Prevalence of bursting and aggression during the treatment of self-injurious behavior.
Journal of Applied
Infine, prima di addentrarci nei tecnicismi, l’ultima parola all’etica: difendere una tecnica invece dell’animale!
Il problema più grave di questo tipo di narrazione difensiva del rinforzo positivo, è che sposta il focus.
Non si parla più del pappagallo, ma della legittimità di una tecnica. Non si valuta se l’animale stia meglio, ma se l’addestramento sia “scientificamente difendibile” (e non lo è).
La effettiva “scienza del comportamento” non nasce per difendere metodi. Nasce per capire gli effetti esteriori ed interiori (leggete della black-box) . E quando un metodo viene difeso a prescindere, usando la bibliografia come arma retorica e non come strumento critico, non siamo più nel campo della divulgazione scientifica: siamo nel campo dell’ideologia. Nulla di peggio.
Considerato che sistematicamente avviene un tradimento del metodo scientifico, seppellendo la scienza nell’ideologia, procediamo nella spiegazione precisa attorno al rinforzo positivo.
Rinforzo positivo: che cos’è davvero (e cosa non è)
Il rinforzo positivo non è “fare del bene”, ma uno dei meccanismi di apprendimento (non il solo): qualcosa di piacevole che aumenta la probabilità che un comportamento venga ripetuto.
Il cervello non valuta se quel comportamento:
è funzionale
è coerente con il ruolo biologico
è flessibile
è sano nel lungo periodo
Valuta solo una cosa e si chiede: mi conviene rifarlo?
Se sì, lo ripete.
Se lo ripete abbastanza, diventa automatismo.
Fin qui tutto pare andare bene, ma quando un comportamento:
viene ripetuto
in un contesto stabile
con un rinforzo prevedibile
il cervello fa quello che gli conviene per lavorare meno, per “risparmiare energia”: delegare ai circuiti automatici.
A questo punto:
il comportamento non richiede più decisione
non richiede più valutazione
non richiede più consapevolezza
Non si tratta più di un comportamento scelto, è solo eseguito.
Fin qui stiamo ancora parlando di abitudine.
Dove il rinforzo positivo diventa pericoloso
Il passaggio critico avviene quando il rinforzo positivo:
è sempre uguale
è molto impattante emotivamente
è frequente
è sganciato dalla variabilità ambientale
è indipendente dal significato biologico del comportamento
In questo caso il rinforzo non consolida una competenza, ma congela una sequenza.
Il cervello non impara a fare. Impara a “rifare”.
Automatismo + rinforzo = rigidità
Qui succede qualcosa di cruciale:
l’automatismo ha priorità su qualsiasi altra azione
il rinforzo positivo diventa il collante
la ripetizione diventa necessaria, non più utile
Il comportamento:
perde elasticità
perde adattabilità
perde relazione con il contesto ed entra nel territorio della stereotipia. Si è venuto a creare uno stato interiore (omeostasi patologica) che resiste a ogni cambiamento.
Il ruolo subdolo del rinforzo positivo è quando il rinforzo positivo è utilizzato in modo:eccessivo
meccanico
poco variabile
si sta insegnando al cervello che “quella sequenza è la soluzione”.
E il cervello, per risparmiare energia, la trasforma in:
risposta predefinita
risposta prioritaria
risposta rigida
A quel punto non importa più lo stimolo iniziale. Il comportamento si auto-attiva.
Questo è esattamente ciò che accade nelle stereotipie.
Nota:
Una stereotipia non è solo un comportamento ripetitivo, essa oltre che ripetitiva è invariabile, auto-rinforzante, sganciata dallo scopo, resistente all’interruzione, spesso accompagnata da attivazione emotiva.
La stereotipia non serve più a fare qualcosa nel mondo, serve a mantenere uno stato interno (omeostisi patologica).
Perché è così frequente negli animali (e nei pappagalli)
I pappagalli: non possono verbalizzare, non possono ristrutturare cognitivamente, non possono “mettere in discussione” l’automatismo
Se un comportamento viene:
rinforzato
ripetuto
sottratto alla variabilità naturale
separato dall’etologia di specie* diventa una risposta chiusa.
E una risposta chiusa, nel tempo, si irrigidisce.
*Nota: la Black-box
proprio perchè la tecnica comportamentista del rinforzo positivo non tiene in considerazione l’etologia di specie, è dichiarato nella sua propria teoria che lavori su una black-box, indistintamente allo stesso modo su tutti gli animali. Ecco dimostrata la la sua vera limitatezza strutturale, che rappresenta il nodo storico della sua discutibilità poichè la Black-box è parte fondamentale dell’apparato teorico del comportamentismo.
Infatti in questo contesto, l’organismo è visto come una “scatola nera” (black-box)
Il comportamentismo vede l’organismo come una black box:
non importa cosa succede dentro
conta solo ciò che entra (stimolo)
e ciò che esce (risposta)
Questo approccio ignora emozioni, ignora motivazioni, ignora stati interiori, ignora conflitti, ignora bisogni biologici ed etologici.
Finché il comportamento funziona, tutto sembra andare bene. Il problema emerge quando il comportamento diventa rigido.
Il problema è che il rinforzo positivo ha come criterio di successo l’aumento della risposta, la compulsione può essere erroneamente interpretata come stabilità o consolidamento dell’apprendimento. Il limite del rinforzo positivo, nel contesto del DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo) e delle stereotipie, diventa quindi evidente: il paradigma comportamentista non dispone - per la natura della sua propria teoria - di strumenti per intercettare il momento in cui un comportamento rinforzato smette di essere funzionale e diventa compulsivo.
Al comportamentismo viene tradizionalmente imputato questo limite: ridurre il comportamento a una catena stimolo–risposta–rinforzo, trascurando i processi interni, emotivi e cognitivi.
Ma detta così è incompleta. Il vero problema è più sottile e più grave.
La limitatezza reale del Comportamentismo risiede nel fatto che è inadeguato per rispondere a queste domande, poichè non le considera:
Perché quel comportamento prende quella forma?
Che ruolo emotivo svolge?
Che costo ha nel tempo?
Che cosa sostituisce?
Che cosa impedisce di apprendere?
In altre parole: riesce a descrive l’effetto, ma non il significato.
Il comportamentismo non ha strumenti teorici per distinguere tra:
comportamento appreso funzionale
automatismo rigido
stereotipia
compulsione
Per lui:
se il comportamento aumenta, il rinforzo ha funzionato
se diminuisce, il rinforzo non era adeguato e non esiste una categoria del “troppo”.
Il paradosso del rinforzo positivo
Nel modello comportamentista: se un comportamento è rinforzato positivamente, è desiderabile
Ma non viene mai posta la domanda:
desiderabile per chi?
per quanto tempo?
a che prezzo emotivo?
con che impatto sull’identità dell’organismo?
Così un automatismo può diventare patologico, una stereotipia può essere scambiata per “apprendimento riuscito”, una compulsione può sembrare “stabilità comportamentale”.
Perché oggi non basta più
Le neuroscienze, l’etologia, la psicologia cognitiva ed emotiva mostrano che:
il cervello apprende per risparmio energetico
le emozioni guidano la memorizzazione
gli automatismi hanno priorità sulle scelte (Il confine tra abitudine FUNZIONALE e DISFUNZIONALE è dato dalla variazione e flessibilità )
l’apprendimento sano richiede variabilità ed errore
Tutto questo non è integrabile in un modello puramente stimolo–risposta.
Conclusione:
il R+ funziona per l’essere umano che lo deve apprendere in soddisfazione ai propri scopi, poichè è molto semplice capirlo e usarlo, ma è del tutto riduttivo.
Il funzionamento del sistema nervoso è talmente complesso che diviene improponibile per chi non ne padroneggia la conoscenza.