Deprivazione alimentare e addestramento basato sulla fame nei pappagalli: neurobiologia della fame indotta, danni documentati e ciò che la scienza dice su una pratica che circola ancora
YouTube, nei forum di addestramento.
A volte con la terminologia della falconeria: weight management, peso di lavoro, volo a dieta.
A volte con quella dell’addomesticamento rapido: non dare da mangiare la mattina, lavorare prima del pasto, tenere la dieta leggera nei giorni di sessione.
Il pappagallo collabora. Segue il dito. Per un po’.
Poi morde.
Oppure vola via e non torna piantandosi su un palo o su un albero.
Oppure smette di rispondere a qualsiasi stimolo e il proprietario lo descrive come “diventato apatico”, “ha cambiato il carattere”, “quando mi vede, fugge spaventato”, “non si capisce cosa abbia”. E il peggior improvvisato addestratore, nella sua cieca non-conoscenza, pensa “male” di scendere ancora col le dosi del cibo…
Il proprietario non capisce cosa è andato storto. Stava funzionando, inizialmente. E continua a seguire l’incolta indicazione abbassando ulteriormente la dose di cibo.
Niente di peggio. Non si ingaggia un braccio di ferro con un pappagallo: si deve lavorare “col pappagallo” e non contro di lui.
Stava funzionando perché la fame, come tutti gli stati avversivi intensi, produce compliance comportamentale temporanea.
Non perché l’animale abbia imparato qualcosa di utile, o abbia appreso ad avere fiducia e sviluppato un legame. Perché stava cercando di togliersi da una condizione di disagio.
Vi basta osservare come mangiano certi pappagalli, pare di vedere dei lupi affamati, divorano tutto, anche le bucce dei frutti, si azzannano reciprocamente per un pezzo di peperone: ecco, un pappagallo non mangia in questo modo, quando vedete comportamenti simili, domandatevi sempre “perchè”.
La differenza, come al solito, non è semantica: è neurologica. E le sue conseguenze sono documentate.
Da dove viene il metodo: la falconeria e il trapianto sbagliato
Il weight management (la gestione del peso per mantenere la motivazione alimentare) è una tecnica consolidata nella falconeria.
I rapaci vengono mantenuti a un peso leggermente inferiore al loro peso di sazietà per garantire la risposta al richiamo durante il volo.
La pratica ha 4.000 anni di storia documentata. È ancora lo standard nella formazione dei falconieri professionisti.
Negli anni Novanta, quando i programmi di volo libero con pappagalli hanno preso piede negli zoo americani, molti trainer aviari hanno importato la stessa tecnica dai rapaci.
La IAATE (International Association of Avian Trainers and Educators) ha codificato questa pratica in un documento di posizione nel 2008, revisionato nel 2019.
Il documento cita come unica fonte bibliografica di supporto un testo di medicina dei rapaci del 1993.
L’errore alla radice è categoriale.
I rapaci sono predatori “gorge-and-fast”: la loro biologia è costruita per l’alternanza di pasti abbondanti e periodi di digiuno.
Quando le riserve calano, si attiva la pulsione predatoria: l’uccello diventa più attento, più reattivo. Il tratto digestivo dei rapaci (gozzo fusiforme, ventriglio sottile, digestione lenta) è adattato per questo ciclo. La falconeria lo sfrutta perché la biologia del rapace lo permette.
I pappagalli sono consumatori diurni continui.
In natura foraggiano 4–6 ore al giorno, consumando piccole quantità distribuite nell’arco della giornata.
Non sono selezionati per cicli di digiuno: il loro ventriglio è muscoloso, adatto al processing continuo di semi e frutti.
Quando il cibo non c’è, il segnale neurologico non è l’attivazione della pulsione predatoria.
È l’attivazione della risposta di stress. Il corticosterone (il glucocorticoide dello stress negli uccelli) aumenta. L’animale non diventa più motivato. Diventa più ansioso.
Cosa succede nel cervello e nel corpo di un pappagallo affamato
La fame non è l’assenza di cibo. È uno stato fisiologico attivo con substrati neurobiologici precisi documentati negli uccelli.
L’ipotalamo regola l’intake alimentare attraverso due popolazioni neuronali in equilibrio:
- le cellule AgRP/NPY stimolano l’appetito,
- le cellule POMC/CART lo inibiscono.
La restrizione alimentare cronica eleva l’espressione di AgRP nell’ipotalamo basale in modo significativo, documentato nelle galline ovaiole e confermato negli esperimenti su quaglie.
Non è una sensazione soggettiva: è una modificazione dell’espressione genica che richiede due giorni di ri-alimentazione libera per tornare ai valori basali.
La restrizione prolungata attiva l’asse HPA.
Negli studi sui pulcini di kittiwake (uno dei modelli aviari più studiati per l’effetto della restrizione) la dieta al 40–65% di assunzione di cibo produceva elevazione cronica del corticosterone basale già entro una settimana, con risposta acuta allo stress più alta e prolungata.
Gli autori concludono che i soggetti a dieta ristretta “possono subire effetti deleteri da elevazione cronica del corticosterone”.
Nel pollame da allevamento, la restrizione cronica produce elevazione persistente del corticosterone e aumento del rapporto eterofili/linfociti (un indice di stress cronico documentabile all’emocromo).
Il corticosterone cronico elevato produce cinque danni organici documentati negli uccelli:
1) soppressione immunitaria per regressione dei tessuti linfoidi;
2) catabolismo muscolare da mobilitazione proteica per produrre energia;
3) riduzione della neurogenesi ippocampale (Robertson e colleghi nel 2017 su PLOS ONE hanno dimostrato che la restrizione alimentare cronica riduce significativamente la densità dei nuovi neuroni nella formazione ippocampale aviare);
4) interruzione della muta;
5) deterioramento del piumaggio.
Un pappagallo sistematicamente mantenuto sotto il suo peso fisiologico subisce un danno organico cumulativo che non si vede dall’esterno.
Non esistono ara ararauna di diverse taglie, non esistono ara cloroptere di diverse taglie, e via discorrendo: esistono animali che durante le prime fasi di crescita non hanno ricevuto una corretta alimentazione per un corretto sviluppo.
C’è un paradosso neurologico che spiega perché il metodo sembra funzionare nelle prime sessioni.
La fame intensa produce un aumento della dopamina nel sistema mesolimbico: un uccello affamato che riceve cibo sperimenta un rilascio di dopamina più intenso di uno sazio.
L’associazione tra comportamento e risposta sembra più forte.
L’apprendimento sembra più rapido.
L’illusione: il pappagallo non sta imparando meglio. Sta cercando di togliersi da uno stato avversivo.
La neurogenesi ippocampale ridotta dalla restrizione cronica significa che il metodo compromette biologicamente la stessa capacità di apprendere che pretende di accelerare.
Nota:
se vi chiedono di lavorare col pappagallo a digiuno,
se vi danno appuntamento per il training solo dopo ore di digiuno dell’animale,
se vi chiedono di abbassare ulteriormente il cibo quando il pappagallo non risponde all’addestramento,
vi state infilando proprio in questo guaio.
Le tre fasi: compliance, adattamento, rottura
Il comportamento osservato nei pappagalli sottoposti a deprivazione alimentare segue un pattern documentabile in tre fasi.
Fase 1 . Compliance:
l’uccello affamato risponde ai comportamenti richiesti perché il cibo allevia lo stato avversivo.
Il proprietario interpreta questo come progresso.
Il legame tra compliance e sollievo dalla fame si consolida. Dall’esterno sembra un risultato.
Fase 2 . Adattamento:
il sistema nervoso si adatta allo stato cronico.
Il corticosterone si stabilizza su livelli elevati.
L’intensità della risposta al cibo si riduce progressivamente.
Il proprietario aumenta la privazione per recuperare la stessa risposta.
La soglia sale.
La IAATE stessa, nel suo documento, fissa al 10% del calo dal peso ad libitum la soglia di rivalutazione obbligatoria del processo di addestramento.
Nella pratica amatoriale questa soglia non viene nemmeno misurata, tanto è fatta con superficilità.
Fase 3 . Rottura:
lo stato avversivo supera la soglia oltre cui la fuga diventa più adattiva della compliance.
L’uccello vola via.
Oppure morde.
Oppure collassa nella learned helplessness: smette di rispondere a qualsiasi stimolo, che dall’esterno appare come calma e docilità ma è resa neurologica (lo stesso stato descritto da Seligman nel 1972 e documentato nei pappagalli da Garner, Meehan e Mench nel 2003 come associato a compromissione delle funzioni esecutive dell’NCL).
Avian Behavior International ha documentato esplicitamente questo pattern nei programmi di volo libero:
gli uccelli weight-managed mostrano “comportamenti più frenetici o ansiosi riguardo al cibo” rispetto agli uccelli motivati con altri mezzi, con perdite in volo ricorrenti.
Un pappagallo che vola via e non torna non ha tradito il proprietario.
Ha scelto l’unica via di fuga disponibile da uno stato che il metodo aveva reso insostenibile.
I danni che non si vedono: il deterioramento cronico
La fase acuta (il collasso rapido) è l’estremo del continuum.
La consulenza tecnica depositata nel caso giudiziario relativo a un’Ara ararauna morta cinque giorni dopo l’affidamento a un addestratore in provincia di Pavia (già trattato su queste pagine in un articolo dedicato alla fisiopatologia della cascata freddo–stress–collasso) identificava esplicitamente la sottoalimentazione come uno dei vettori della morte, e collocava questa sottoalimentazione nel contesto di una pratica intenzionale.
Il CTU osservava: “talvolta l’esito medesimo lo si raggiunge ugualmente ma dopo anni di stress fisici e psichici per l’animale”. Anni, non giorni. Senza spettacolarità. Senza che nessuno colleghi il deterioramento alla causa.
Hilary Hankey di Avian Behavior International, nel paper presentato alla conferenza IAATE di Dallas nel 2014, descrive il profilo del pappagallo weight-managed a lungo termine:
“incapacità di completare la muta, ingestione di oggetti non commestibili, ingozzarsi d’acqua solo per sentire il gozzo pieno, rifiuto del bagno, assenza di preening, regurgitazione e reingestione ossessiva del cibo”.
Non comportamenti patologici isolati: risposta sistematica di un organismo cronicamente privato di ciò di cui ha bisogno.
Hankey documenta di aver osservato pappagalli ridotti a pesi tali da “non riuscire a muovere le penne in volo”.
La IAATE elenca tra gli effetti indesiderati del cattivo uso del weight management: anemia, atrofia muscolare, interruzione della muta, piumaggio danneggiato e morte.
Il 20% di calo dal peso fisiologico è il limite che le linee guida IACUC definiscono humane endpoint, la soglia di sofferenza grave che in ambito scientifico richiede l’interruzione immediata del protocollo.
Alcuni pappagalli in programmi di addestramento vengono tenuti stabilmente in quel range, senza che nessuno lo misuri e senza che i segni vengano riconosciuti come tali.
Come riconoscere un pappagallo che patisce la fame
Il mascheramento del dolore e del malessere negli psittaciformi (descritto in dettaglio nell’articolo dedicato su queste pagine) opera anche nella deprivazione alimentare.
Un pappagallo cronicamente sottoalimentato non si comporta come un animale che chiede cibo: si comporta come un animale che compensa.
I segnali che emergono sono spesso attribuiti ad altro, o non riconosciuti affatto. Conoscerli è il primo strumento di tutela.
Nei cenerini, il segnale più specifico e più precoce è la comparsa di “occhiaie”: la zona periorbitale assume una colorazione bluastra intensa, come se la cute attorno all’occhio si scavasse e si scurisse.
L’occhio appare infossato, con un alone scuro che non esiste nel soggetto in buona condizione corporea.
Non è un segnale di malattia specifica: è la risposta visibile di un tessuto sottocutaneo impoverito, con riduzione del cuscino adiposo e vascolarizzazione superficiale che emerge.
Chi conosce bene la specie lo riconosce immediatamente; chi non lo conosce lo attribuisce all’età o non lo attribuisce affatto.
Nei cenerini weight-managed che appaiono in video sui social (“pronti” per la sessione di addestramento) questo segno è spesso visibile a chi sa cosa cercare.
Gli altri indicatori fisici trasversali alle specie di psittaciformi, includono la prominenza dello sterno: nelle Are, nei cacatua e nelle Amazzoni una perdita di massa muscolare significativa rende la carena sternale palpabile e visibile, con il profilo del petto che perde la sua convessità e assume un aspetto affilato a V.
Nelle specie più piccole questo segno si manifesta più rapidamente perché le riserve muscolari sono proporzionalmente più limitate.
La riduzione del preening (già descritta nella sezione sui danni lenti) si manifesta visivamente con un piumaggio privo di lucentezza, con contour feathers che non si allineano correttamente e ali con margini irregolari.
Non è FDB: è un uccello che non ha le risorse energetiche per occuparsi del proprio piumaggio.
Il segnale comportamentale più specifico e più riconoscibile è quello dei pappagalli impiegati nel cosiddetto volo libero.
Un pappagallo in buona condizione corporea vola con potenza: decollo verticale o quasi, presa di quota rapida, traiettoria di volo sostenuta senza perdite di altezza.
Un pappagallo cronicamente sottoalimentato vola basso, fatica a prendere quota, mantiene traiettorie quasi orizzontali anche quando dovrebbe salire.
Il volo diventa radente, con battiti d’ala più frequenti e meno efficaci: il muscolo pettorale (il principale motore del volo negli uccelli) è uno dei primi tessuti ad andare incontro a catabolismo in corso di restrizione calorica cronica, e la sua perdita di massa si traduce direttamente in riduzione della potenza di spinta.
L’addestratore che descrive il proprio pappagallo come “pigro in volo” o “poco motivato a salire” può stare descrivendo un uccello esausto che non ha più le risorse muscolari per volare correttamente.
Lo stesso avviene quando mangiano: vedere un pappagallo nutrirsi con avidità di qualsiasi cosa gli si proponga, non indica un pappagallo che sa mangiare tutto e privo di neofobie, evidenzia invece un animale affamato che si nutre appena ne ha l’occasione, in maniera contrastante lo schema nutrizionale di specie: mangia come un lupo affamato. Questo non è un pappagallo felice, ma disperato.
Questi segni, presi singolarmente, possono essere sfumati e richiedono esperienza per essere riconosciuti.
Presi insieme (occhiaie nel cenerino, sterno prominente, piumaggio opaco, volo radente, movimenti rapidi e frettolosi durante il pasto) compongono un quadro che non ha molte altre spiegazioni.
La prova che il metodo è inutile: il pappagallo sazio che lavora comunque
La premessa su cui si fonda l’intera pratica è che i pappagalli debbano essere affamati per essere motivati a lavorare per il cibo… Questa premessa è smentita sperimentalmente.
Van Zeeland, Schoemaker e Lumeij hanno pubblicato nel 2023 su Animals (vol. 13, n. 16, art. 2635) uno studio su 21 cenerini africani mai privati di cibo.
Scelta libera tra una ciotola di pellet e un dispositivo di foraging riempito con la stessa quantità dello stesso cibo.
I soggetti sani consumavano il 39,3% del cibo dal dispositivo di foraging, dedicando al foraging attivo il 50% del tempo totale di alimentazione (circa 191 minuti al giorno). Tutti e 21 i soggetti mostravano contrafreeloading (= fenomeno comportamentale per cui un organismo preferisce ottenere il cibo attraverso uno sforzo attivo piuttosto che riceverlo gratuitamente). Erano sazi.
Il contrafreeloading, la tendenza quindi a preferire il cibo ottenuto con sforzo rispetto a quello disponibile liberamente, non è un paradosso: è l’espressione della spinta naturale alla ricerca del cibo, selezionata evolutivamente come attività cognitivamente necessaria e neurobiologicamente ricompensante.
I pappagalli non foraggiano perché hanno fame.
Foraggiano perché il foraggiamento è parte della loro biologia indipendentemente dallo stato di sazietà.
Lo studio ha trovato anche un secondo dato:
i soggetti con FDB mostravano contrafreeloading significativamente ridotto rispetto ai sani (21,1% vs 39,3%) e la pulsione al foraggiamento era soppressa nei soggetti più compromessi.
Questo dimostra che la restrizione alimentare non aumenta la motivazione intrinseca al foraging: la riduce.
Il pappagallo affamato non diventa un “ricercatore di cibo” più attivo. Diventa un animale che vuole togliersi dalla fame nel modo più rapido e diretto possibile, non vuole esplorare.
Cosa funziona: motivazione senza stato avversivo
La premessa sbagliata che sostiene il metodo è che la fame sia l’unico modo per creare motivazione alimentare nei pappagalli.
Non è vero e il contrafreeloading lo dimostra: un uccello sazio lavora per cibo ottenuto con sforzo con un’intensità comparabile, senza nessuno dei correlati di stress documentati dalla privazione.
Il cibo offerto nel formato corretto attiva il sistema di foraggiamento di un uccello sazio. Non sostituisce un’ora di digiuno con uno stratagemma: replica funzionalmente ciò che in natura il pappagallo fa ogni giorno per ore, perché quella è la biologia a cui il suo cervello è adattato.
La seconda premessa sbagliata è che il cibo sia l’unico motivatore disponibile.
Per gli psittaciformi (specie altamente sociali con sistemi di ricompensa complessi) i motivatori non alimentari sono rinforzi documentati: il contatto fisico nella forma corretta, l’accesso a oggetti preferiti, le interazioni vocali, la possibilità di esplorare.
Un uccello ben nutrito con un rapporto di fiducia consolidato ha motivazione strutturale a interagire. Si chiama “Motivazione affiliativa” che si attiva già per natura, si implementa con l’acquisizione della vera fiducia (come si può provare fiducia nei confronti di chi ti tiene sotto fame?), si rifinisce da chi ha esperienza in un rapporto di appartenenza ad un gruppo sociale noto.
Non ha bisogno che quella motivazione venga prodotta artificialmente dalla fame.
La differenza tra i due approcci non è nella velocità dei risultati iniziali: è nella loro stabilità.
Una relazione fondata sulla fiducia produce un uccello che sceglie di interagire. Un addestramento fondato sulla privazione produce un uccello che subisce l’interazione fino a quando non trova un’uscita.
Nota
non credete alla bazzecola del pappagallo che non vola se ha mangiato, il paragone con l’essere umano che non corre dopo una pasto è frutto di profonda non conoscenza, o di altrettanto profonda malizia.
Immaginate se uno stormo di pappagalli in natura dovesse scappare volando all’arrivo di un pericolo solo a digiuno, se han mangiato (cosa che fanno invece per buona parte della giornata) no.
L’enormità dell’incoerenza mette in imbarazzo persino chi scrive questo testo.
Il quadro giuridico: la fame come sevizia
La dottrina penalistica italiana include esplicitamente la privazione del cibo tra le sevizie rilevanti ai sensi dell’art. 544-ter del codice penale, che punisce chi “per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione a un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche”.
La formula “caratteristiche etologiche” è particolarmente rilevante: un pappagallo è un animale da stormo con accesso continuo al cibo in natura.
La privazione alimentare è incompatibile con la sua biologia in modo che non richiede dimostrazione specifica.
La Legge 6 giugno 2025, n. 82, in vigore dal 1° luglio 2025, ha riformato profondamente il sistema: rinomina il titolo da “Delitti contro il sentimento degli animali” a “Delitti contro gli animali”, spostando la tutela dall’emozione umana all’animale come essere senziente e vittima diretta.
La pena per il 544-ter diventa reclusione da sei mesi a due anni e multa da 5.000 a 30.000 euro, con la multa ora obbligatoriamente congiunta.
Sono introdotte aggravanti per chi diffonde immagini del reato via strumenti informatici.
L’addestratore che pubblica video del suo pappagallo weight-managed in sessione configura potenzialmente l’aggravante.
La consulenza tecnica d’ufficio depositata nel caso giudiziario sull’Ara ararauna già citato ha richiamato esplicitamente l’art. 727 c.p. comma 2 per detenzione in condizioni incompatibili con la natura dell’animale.
Il tribunale ha ritenuto provato il nesso causale tra la gestione dell’addestratore e la morte, condannando al risarcimento del danno.
Il consulente tecnico del Tribunale aveva identificato la sottoalimentazione intenzionale tra i vettori della cascata letale. Non era un caso limite: era la pratica ordinaria del soggetto.
Per concludere: ci sono giunti messaggi di persone che hanno subito queste richieste di messa a digiuno, anche totale, del proprio pappagallo da addestratori.
- Chi voleva vedere il pappagallo per lavorarci dopo 3 ore di digiuno,
- chi voleva lavorare per un rientro in gabbia a mezzogiorno richiedendo che il pappagallo non mangiasse dalla mezzanotte precedente,
- chi metteva il pappagallo in sotto-alimentazione ritenendo coerente il peso di 850 grammi di un Ara ararauna al fine di farlo volare…
E si tratta di tre addestratori diversi.
Per questa ragione abbiamo voluto approfondire il tema.
Ora, a voi la riflessione.
Il pappagallo che risponde alle prime sessioni non sta imparando. Sta cercando di togliersi dalla fame. La docilità che si osserva nelle prime settimane non è il risultato di un addestramento riuscito: è la compliance di un sistema nervoso sotto stress che si adatta per sopravvivere.
Il morso che arriva dopo, la fuga che non si capisce, l’apatia progressiva, il deterioramento del piumaggio, l’animale che “cambia carattere”: non sono fallimenti dell’animale. Sono le conseguenze documentate di un metodo che funziona finché lo stress è tollerabile, e poi smette di funzionare nel modo più prevedibile possibile.
Il problema non è il pappagallo.
È sempre stato il metodo.
Riferimenti scientifici e normativi
Neurobiologia della fame e restrizione alimentare negli uccelli
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Weight management e dibattito professionale
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Martin S.G., Stafford G. & Miller C. (2024). Food management and weight management in avian species. Animals, 14(5): 736. DOI: 10.3390/ani14050736.
Rinforzo negativo e learned helplessness
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Sidman M. (1989). Coercion and Its Fallout. Authors Cooperative, Boston.
Normativa italiana ed europea
Codice Penale, art. 544-ter (Maltrattamento di animali), come modificato dalla Legge 6 giugno 2025, n. 82.
Legge 6 giugno 2025, n. 82. Modifiche al codice penale in materia di reati contro gli animali. Gazzetta Ufficiale n. 137 del 16 giugno 2025.
Direttiva 2010/63/UE del Parlamento europeo e del Consiglio sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici. GUUE L 276 del 20 ottobre 2010.
Caso giudiziario
Tribunale Ordinario di Livorno, Sezione Civile. Sentenza n. 5 del 08/04/2024 (RG 315/2023). [Analisi fisiopatologica già pubblicata su parrotsmania.eu, marzo 2025].
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