Chi è l’autore dei nostri articoli sull’addestramento e il comportamentismo: quando a parlare è un laureato magistrale in Psicologia
Intervista al Dottor Marco Fonti
D:Buongiorno Marco, introduciamo questa intervista spiegando chi sei e come mai ti ritrovi nel mondo dei pappagalli
Buongiorno, grazie per l’invito.
Sono laureato magistrale in Psicologia Clinica all’Università di Padova, con una tesi nell’ambito delle scienze del linguaggio e della comunicazione. La mia formazione mi ha portato ad approfondire non solo i processi cognitivi e relazionali, ma anche le dimensioni neurobiologiche e antropologiche del comportamento, e ad interrogarmi criticamente su letture che riducono la complessità degli organismi a semplici relazioni stimolo–risposta.
Il mio incontro con il mondo dei pappagalli nasce da un’esperienza personale che nel tempo si è trasformata in osservazione e studio.
Ciò che mi ha affascinato non è semplicemente come si comportano, ma da quali substrati motivazionali emergono quei comportamenti: quali dinamiche interne danno forma all’intenzionalità, quali strutture relazionali sostengono l’empatia sociale, come si intrecciano storia evolutiva, aspettative individuali e contesto.
Il mio interesse non riguarda l’applicazione di tecniche, bensì la cornice teorica entro cui tali tecniche vengono giustificate. Mi interroga il modo in cui descriviamo e comprendiamo ciò che osserviamo, prima ancora di intervenire su di esso.
È in questa prospettiva che si collocano le mie riflessioni sul modo in cui interpretiamo i fenomeni del comportamento nei pappagalli, non come semplici insiemi di risposte, ma come manifestazioni di organismi complessi che richiedono cornici teoriche più ampie di quelle offerte da un approccio che riduce la spiegazione del comportamento alla predizione e al controllo di relazioni tra variabili osservabili.
D: Parrotsmania e i suoi lettori, ti ringraziano per i due articoli che hai scritto. Vorremmo comprendere quale sia stata la ragione che ti ha spinto a questa spiegazione
La ragione che mi ha spinto a scrivere quegli articoli nasce da una riflessione sul modo in cui, storicamente, si è cercato di rendere scientifico lo studio del comportamento riducendolo a ciò che fosse controllabile e misurabile. Questa operazione ha prodotto strumenti operativi utili, ma ha anche imposto una semplificazione dell’organismo che, nel caso di specie complesse come i pappagalli, diventa particolarmente problematica.
Un animale preda, evolutivamente strutturato per la vigilanza, la scelta e la regolazione fine delle relazioni sociali, non può essere pienamente compreso attraverso la sola lettura delle contingenze esterne e delle risposte osservabili. Quando la necessità di questo tipo di gestione si sovrappone alla pretesa di spiegazione, la riduzione operata dal paradigma comportamentista rischia di essere assunta come spiegazione esaustiva dell’organismo.
Il comportamentismo, fin dalla sua origine, ha circoscritto l’analisi a ciò che è osservabile e misurabile, espellendo dalla spiegazione scientifica emozioni, stati interni e intenzionalità. In questo modo si è privilegiata la controllabilità del dato rispetto alla complessità dell’organismo, relegando a margine ciò che non risultava traducibile in protocollo sperimentale.
Che il rinforzo positivo aumenti la probabilità di un comportamento è un dato operativo; ma modificare una risposta non equivale a spiegarne l’organizzazione né a comprenderne il significato nell’economia complessiva dell’animale. Molte evidenze mostrano la sua utilità in contesti delimitati, ma l’utilità operativa non coincide affatto con la sufficienza teorica.
La rivoluzione cognitiva — e, su un piano diverso, gli sviluppi della psicologia dinamica e della fenomenologia — hanno ampiamente incrinato l’idea che la sola prevedibilità basti a fondare la spiegazione.
Per esempio, quando divenne evidente che il modello stimolo–risposta non era in grado di rendere conto della generatività del linguaggio, e che i pattern specie-specifici potevano interferire con il condizionamento operante, risultò chiaro che il controllo di una risposta non esaurisce la comprensione dei meccanismi che la organizzano né soddisfa l’esigenza di una relazione.
Anche quando si distingue tra associazioni automatiche e apprendimento guidato dalle conseguenze, entrambe le categorie restano definite in termini di regolarità osservabili. La questione poi dell’intenzionalità, intesa come struttura di senso dell’azione per l’organismo, non viene tematizzata ma semplicemente sospesa dall’orizzonte esplicativo.
È per questo che, nei sistemi complessi come i pappagalli, semplificare significa spesso rendere apparentemente gestibile ciò che è difficile comprendere, con il rischio che la gestione si traduca, anche inconsapevolmente, in una forma di coercizione strutturale.
La questione, dunque, non è se il rinforzo positivo funzioni, ma quale livello dell’organismo esso riesca realmente a descrivere.
In animali preda dotati di elevata plasticità cognitiva e sociale, il comportamento osservabile è soltanto la superficie di un sistema motivazionale più ampio, che non coincide con le sole variabili manipolate.
D: Secondo te, perché spesso la critica ai presupposti teorici di un modello viene percepita come una minaccia piuttosto che come un contributo?
La scienza non funziona attribuendo intenzioni a chi pone una domanda, ma verificando se quella domanda è fondata.
Se le mie argomentazioni sono deboli, si mostrino i punti deboli: è così che si procede.
Quando invece il dissenso viene ricondotto a motivazioni personali, non si sta difendendo la verità scientifica, si sta evitando il confronto sui presupposti.
Mettere in discussione un modello non significa piegarlo a interessi soggettivi; significa ricordare che nessun paradigma coincide con la realtà che pretende di descrivere. Se un modello non può essere interrogato senza spostare il discorso sulle intenzioni di chi lo critica, il problema non è della critica.
L’onestà intellettuale prevede, se di scienza si parla, l’ammissione dei limiti: il R+ funziona per casi estremi, come contenimento, manipolazione e test e non dura nel tempo (cito gli studi).
Allora mi domando, a cosa si ricorre per tentare di far durare a lungo un risultato se non a ripetizioni frequenti per creare automatismi e ad applicazioni di leve di vario genere?
D: Qual è il segnale che un confronto teorico sta smettendo di essere scientifico?
Un confronto smette di essere scientifico quando la questione non è più se una tesi sia fondata, ma chi abbia il diritto di formularla.
In quel momento il criterio di validità non è più la struttura dell’argomentazione, ma la posizione di chi parla. Posizione questa troppo spesso adottata da chi non ha alcuna formazione scientifica.
È un passaggio sottile ma decisivo: si passa dall’analisi dei presupposti alla difesa di un perimetro. E quando un paradigma ha bisogno di delimitare chi può criticarlo, sta già mostrando un enorme punto di fragilità.
La scienza non richiede protezione identitaria; richiede esposizione alla verifica. Se una tesi è infondata, la si smonta nel merito. Se invece si rende centrale l’identità di chi la propone, il confronto è già scivolato altrove.
D: Oggi si insiste molto sul fatto che le tecniche di rinforzo siano più complesse e non riducibili al semplice schema stimolo-risposta. Questo supera, secondo te, le criticità che hai sollevato?
Mi viene in mente uno scolaro che dice: “Il mio righello è più sofisticato del tuo, quindi so più geometria”.
Il righello può essere semplice o graduato al millimetro, ma resta uno strumento che misura linee: non spiega che cos’è un triangolo.
D: Quando si studia l’apprendimento negli animali, quanto è importante tenere conto delle differenze specie-specifiche, soprattutto nel caso degli psittaciformi?
È fondamentale. In biologia la specie non è un dettaglio accessorio: è l’architettura del sistema che stiamo osservando. Gli psittaciformi sono animali preda, con una specifica organizzazione neuroetologica, una regolazione fine dell’allerta e una complessità sociale che non può essere trattata come intercambiabile con quella di altre specie.
Descrivere un tipo di apprendimento in termini generali può essere utile, ma generalizzare troppo in fretta rischia di appiattire differenze strutturali decisive; non bisogna dimenticare che vi sono più tipi di apprendimento che coesistono contestualmente in un individuo.
È un po’ come spiegare un pianoforte dicendo che produce suoni quando si premono dei tasti: l’informazione è corretta, ma non è ancora musica.
Allo stesso modo, sapere che una conseguenza modifica la probabilità di una risposta è un livello descrittivo; comprendere come quell’organismo organizza l’esperienza richiede uno sguardo più profondo e specie-specifico.
D: Il tuo approccio si richiama alla fenomenologia, alla psicologia dinamica e a riflessioni epistemologiche nate in ambito umano. Non rischi anche tu di applicare categorie non specificamente sviluppate per gli psittaciformi?
È una domanda legittima. Ma c’è una differenza importante tra trasferire risultati empirici da una specie a un’altra e riflettere sui presupposti epistemologici con cui leggiamo quei risultati.
Io non sto applicando categorie cliniche umane ai pappagalli; sto interrogando il livello a cui definiamo “spiegazione” un certo tipo di descrizione. L’epistemologia non è specie-specifica, perché riguarda il modo in cui costruiamo conoscenza, non il contenuto biologico che osserviamo.
Se dicessi “i pappagalli funzionano come gli esseri umani”, sarebbe un errore comparativo. Ma chiedersi se un modello riduca l’organismo a ciò che è misurabile non è un trasferimento tra specie: è una riflessione sul metodo.
Quindi no, non sono due opinioni equivalenti.
Una cosa è discutere dati; un’altra è discutere il criterio con cui chiamiamo quei dati “spiegazione”.
D: Se il comportamentismo è così limitato sul piano esplicativo, come sostieni, perché continua a produrre risultati replicabili e applicazioni nella gestione animale? Non è questo, in fondo, un criterio forte di validità scientifica?
Il fatto che un modello produca risultati replicabili e applicazioni efficaci è certamente un criterio di validità operativa, tenendo conto del condizionamento sperimentale applicato (che non equivale alla vita di tutti i giorni). Ma validità operativa in un contesto controllato non coincide automaticamente con esaustività teorica, né realizzazione risolutiva nella pratica.
Un antibiotico può funzionare benissimo contro un’infezione, anche prima che si comprenda pienamente la complessità del sistema immunitario. Il funzionamento pratico non esaurisce la spiegazione del sistema. Tant’è che si rende necessario studiarne gli effetti nel loro insieme, compresi gli “effetti collaterali” spesso non desiderabili. Questa è scienza.
Heisenberg ricordava che ciò che osserviamo non è la natura in sé, ma la natura esposta al nostro metodo di interrogazione. E Einstein diceva che non tutto ciò che conta può essere contato, e non tutto ciò che può essere contato conta davvero.
Entrambe le osservazioni ci ricordano che la misurabilità è una condizione del metodo, non una garanzia di completezza.
Il comportamentismo funziona quando intercetta regolarità reali dal mero punto di vista dell’osservazione esteriore. Ma intercettare regolarità non significa aver esaurito la struttura dell’organismo che le produce. Predire e controllare una risposta è un livello di comprensione; non è necessariamente l’ultimo.
La questione, quindi, non è negare l’efficacia, ma chiedersi fino a che punto l’efficacia coincida con spiegazione. In scienza, le due cose non sono sinonimi.
D: Chiudiamo con qualcosa di più personale: com’è la vita quotidiana con i tuoi due grandi alessandrini? Mettono mai in crisi le tue teorie?
La vita con due grandi alessandrini è un eccellente antidoto a qualunque pretesa teorica troppo sicura di sé.
Il maschio è strategico: osserva, valuta, poi decide se collaborare o ignorarmi con una dignità quasi diplomatica.
La femmina, invece, è pura personalità: intensità, opinioni forti, scelte rapidissime. Se qualcosa non le piace, me lo comunica con una chiarezza che nessun manuale potrebbe insegnare.
Vivendo con loro capisci che non hai davanti un insieme di risposte da modulare, ma due individui con stili, tempi e modalità relazionali completamente diversi. E la cosa divertente è che a volte fanno esattamente il contrario di ciò che “dovrebbero” fare secondo qualunque schema lineare.
Diciamo che mi ricordano ogni giorno che premere un tasto può produrre un suono… ma non garantisce di aver capito la musica.
Grazie Marco, è sempre un piacere parlare con chi è in grado di trattare obiettivamente un argomento. L’onestà intellettuale è il primo elemento per una trattazione scientifica.