Parrotsmania
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Gli uccelli non hanno mani. Eppure un pappagallo afferra un gheriglio di noce con la zampa, lo porta alla bocca, lo ruota per trovare il punto di attacco ottimale, lo apre con il becco e trattiene i frammenti mentre li consuma — tutto con un piede, su una sola zampa di appoggio. Questa capacità non è un’abilità appresa individualmente: è il prodotto di una coevoluzione tra morfologia del piede, struttura della muscolatura e pressioni ecologiche che ha prodotto, negli psittaciformi, qualcosa che il resto della classe Aves non ha mai sviluppato in modo comparabile.
Ogni giorno, sulle rive del Tambopata e del Manu in Amazzonia peruviana, centinaia di pappagalli si radunano su pareti di argilla erosa per ingerire terra. Tra di loro ci sono Are scarlatte, Are blu e gialle, Amazzoni, conuri. La terra che mangiano non è sterile né priva di tossine. Ma le tossine del cibo che hanno mangiato quella mattina sono molto più pericolose. La geofagia è la soluzione evolutiva a un problema chimico: come mangiare semi e frutti immaturi pieni di alcaloidi e tannini senza essere avvelenati.
Un allevatore che tiene trenta coppie di lorichetti arcobaleno in gabbie di settanta centimetri per lato, con una ciotola di semi di girasole come unica fonte alimentare, vi dirà una cosa con genuina convinzione: stanno bene. Si vede che stanno bene. Si riproducono. Ogni stagione. Tre, quattro nidiate. Non potrebbe essere altrimenti se stessero male. Questo articolo spiega perché ha torto.