Perché i probiotici nei mangimi per pappagalli sono diventati un claim di moda, ma non sono probabilmente la strada più sensata

Se leggete l’etichetta di un mangime premium o integratori per pappagalli, quelli da negozio specializzato, quelli che il veterinario consiglia, c’è molta probabilità che tra gli ingredienti troviate una scritta che suona rassicurante: “con probiotici”.

Di solito è accompagnata da un paragrafo che spiega quanto sia importante l’equilibrio della microflora intestinale, quanto i probiotici supportino il sistema immunitario, quanto siano essenziali per una digestione sana. A volte c’è la lista dei ceppi: Lactobacillus acidophilusL. plantarumBifidobacterium qualcosa. Fine. Il messaggio implicito è che quel mangime è migliore di uno senza probiotici, e che aggiungerli al pappagallo che già vive in cattività è comunque una buona idea.

Il messaggio è commercialmente impeccabile.
Scientificamente è molto più discutibile.

Uno studio pubblicato nel 2019 da Liu e colleghi su Symbiosis e che diviene una delle caratterizzazioni più complete del microbiota intestinale dei pappagalli oggi disponibili, ha fornito dati che dovrebbero far riflettere chiunque venda o acquisti mangime (o integratore) per pappagalli con la dicitura “con probiotici”.

Quello che hanno trovato è preciso degno di nota: l’idea che basti aggiungere Lactobacillus a un mangime per “riequilibrare il microbiota” è una semplificazione commerciale che non trova conferma nei dati, dai quali invece emerge che quando dei “Lattobacilli” arrivano nell’intestino dei pappagalli, paiono ridurre la diversità microbica.

“indicando che l'abbondanza relativa di Lactobacillus era correlata negativamente con la ricchezza e la diversità del microbioma intestinale”

Lo studio: nove specie, uno zoo, un dato scomodo

Il lavoro di Liu, Chen, Gao, Sun, Li e Zhu analizza il microbiota fecale di 37 individui appartenenti a nove specie di pappagalli, tutti alloggiati presso il Nanjing Hongshan Forest Zoo.
Sono Ara, cenerini, amazzoni, parrocchetti monaci, parrocchetti alessandrini e di Derby, ecletti, cacatua di Ducorp, cacatua palma.
Tutti adulti, tutti sani, tutti alimentati con la stessa dieta: mangime commerciale Mazuri, frutta, verdura.

Il sequenziamento è stato fatto con tecnologia 16S rRNA ad alto throughput sulla regione V3-V4, un approccio standard per caratterizzare una comunità microbica senza doverla coltivare.

Il primo risultato è prevedibile: il microbiota di tutti i pappagalli è dominato dai Firmicutes.
A livello di genere, Lactobacillus è il primo in classifica con una media del 31% del totale, seguito da RalstoniaClostridium sensu strictoCandidatus ArthromitusAcinetobacterEscherichia-ShigellaStaphylococcus e altri. Fin qui, niente che sconvolga la letteratura esistente sugli psittaciformi.

Il secondo risultato è il punto su cui vale la pena rallentare.
Gli autori notano che l’abbondanza di Lactobacillus nei loro soggetti è molto più alta rispetto agli studi precedenti sullo stesso ordine di uccelli (immagine sopra).
L’ipotesi che offrono è che questa abbondanza non sia naturale: è un effetto del mangime commerciale fornito allo zoo, che conteneva esplicitamente Lactobacillus come ingrediente.
Alcune specie che mangiavano più mangime (i parrocchetti monaci, i cenerini, i parrocchetti alessandrini) mostravano abbondanze di Lactobacillus fecale particolarmente elevate. Il mangime, in altre parole, stava riscrivendo il loro microbiota.

Il terzo risultato è quello che cambia la conversazione.
Gli autori hanno correlato l’abbondanza relativa di Lactobacillus con due parametri: e hanno operato una valutazione

1) la capacità di sopprimere i generi potenzialmente problematici che erano già presenti nel microbiota(StaphylococcusHelicobacterEscherichia-Shigella)
qui, sul primo fronte, non hanno trovato evidenza che il Lactobacillus da mangime riuscisse a contenere efficacemente quei generi: la correlazione con Staphylococcus era vicina a zero, quella con Escherichia-Shigella anche, quella con Helicobacter leggermente negativa ma debole.

2) la ricchezza e diversità complessiva della comunità microbica.
qui, sul secondo fronte, hanno trovato qualcosa di più netto: l’abbondanza di Lactobacillus era correlata negativamente (con coefficienti tra -0,489 e -0,619) con la ricchezza e la diversità del microbioma* intestinale. Più Lactobacillus, meno diversità.


Entrambi i risultati sono coerenti e dicono la stessa cosa in direzioni diverse.

Gli autori chiudono la sezione con una frase misurata: il Lactobacillus nel mangime commerciale non ha dimostrato di sopprimere efficacemente i batteri potenzialmente sfavorevoli e potrebbe ridurre la ricchezza e la diversità del microbiota; servono più ricerche prima di raccomandarne l’uso generalizzato nei pappagalli.
È il tipo di conclusione che nella scienza si legge come cautela, e nel marketing non si legge affatto. Del resto, la stessa cosa avviene per l’essere umano.


  • Nota*: è necessario chiarire

    il MICROBIOMA è la totalità del patrimonio genetico posseduto dal microbiota
    (es: il 90% dell’umana componente genetica deriva da microrganismi, un secondo genoma)

    il MICROBIOTA è l’insieme dei microrganismi che in maniera fisiologica, ma a volte patologica, vivono in simbiosi con un organismo


Perché la diversità del microbiota è il valore da tutelare

Per capire perché quella correlazione negativa sia importante, bisogna fare un passo indietro:
quando si parla di “salute del microbiota”, il parametro clinico più rilevante non è la presenza di un singolo genere considerato buono.
È la complessità della comunità: quanti taxa diversi coesistono, in che proporzioni, con quali ridondanze funzionali.

Un microbiota ricco e diversificato è più resiliente.
Quando un patogeno tenta di stabilirsi, deve competere con centinaia di nicchie già occupate. Quando un antibiotico sottrae una parte della comunità, ne resta abbastanza da riempire i vuoti (come accade quando qualche microrganismo viene a mancare per qualunque ragione e altri ne prendono il posto, spesso alterando l’equilibrio al punto da divenire patogeni).
Quando la dieta cambia temporaneamente, la ridondanza funzionale assicura che le stesse reazioni metaboliche vengano svolte da microbi diversi.
Un microbiota impoverito (anche se impoverito da un ceppo “buono” come il Lactobacillus) è fragile. Ha meno biglietti nella lotteria dell’adattamento.

Questo concetto, noto nell’ecologia microbica come disbiosi da indifferenziazione, descrive esattamente quello che Liu et al. hanno osservato.

Un ceppo dominante sopravanza la comunità, occupa spazio ecologico, riduce la complessità. Non perché sia patogeno (il Lactobacillus non lo è) ma perché la sua espansione avviene a spese di qualcun altro.
L’analogia medica più immediata è la monocoltura agricola: un campo di solo grano rende in modo spettacolare per un paio di stagioni, ma è vulnerabile al primo parassita specializzato e impoverisce il suolo. Il microbiota funziona circa allo stesso modo.

Vale la pena sottolineare un dettaglio metodologico dello studio che ne rafforza la portata: l’effetto non è stato trovato in una o due specie, è stato trovato trasversalmente in tutte e nove, con correlazioni consistenti. E nei grafici di correlazione del paper, si vede che la perdita di diversità non avviene solo ai valori estremi di abbondanza di Lactobacillus: la pendenza negativa è già evidente in un range intermedio, del tipo che ci si aspetterebbe in un uccello alimentato abitualmente con mangime “probioticato”.


Cosa questo studio dice e cosa non dice

Qui è necessario avere una visione chiara: Liu et al. non è un trial clinico randomizzato. È uno studio osservazionale su 37 campioni fecali, prelevati da nove specie, tutte conviventi nello stesso zoo, tutte alimentate con la stessa dieta.
Gli stessi autori, nella sezione sui limiti, dichiarano con chiarezza i confini delle loro conclusioni: poche specie rispetto alle circa 400 degli psittaciformi esistenti, un unico ambiente di mantenimento, assenza di controlli con mangime privo di Lactobacillus, nessuna valutazione degli effetti fisiologici sull’ospite (peso, parametri ematochimici, comportamento).

Significa che non possiamo affermare che il Lactobacillus da mangime “faccia danni” al pappagallo. Non c’è un outcome clinico negativo misurato. Non c’è un gruppo di controllo. Non sappiamo se quei pappagalli stessero peggio di come sarebbero stati con un mangime senza Lactobacillus.
Quello che sappiamo è che:
- il mangime ne stava modificando il microbiota in una direzione specifica (più Lactobacillus, meno di tutto il resto) e
- che quella direzione, in termini ecologici, non è quella che normalmente si considera più salutare.

Questo è sufficiente, però, a contestare l’idea commerciale semplicistica secondo cui “metti Lactobacillus e riequilibri il microbiota”.
Una affermazione simile richiederebbe almeno due cose che lo studio non supporta: a) che i lattobacilli da mangime riescano a contenere i patobionti di interesse, e che b) non compromettano la diversità complessiva.
Lo studio dice che né la prima né la seconda sono state verificate. Il beneficio clamato dal marketing è, nei fatti, non dimostrato e il suo contrario è inidicativo per suggerire prudenza.


Un ulteriore problema: il ceppo sbagliato, dall’ospite sbagliato

C’è un secondo livello di questo problema che la letteratura più ampia sul microbiota aviare ha ben documentato e che il lavoro di Liu et al. non affronta direttamente ma amplifica.

Lactobacillus non sono tutti uguali. Sono un genere estremamente eterogeneo, con ceppi specializzati per ospiti diversi. Il Lactobacillus acidophilus di origine bovina è selezionato per aderire all’epitelio intestinale delle mucche. Il L. salivarius di origine suina è selezionato per il maiale. Il Bifidobacterium bifidum commercializzato negli integratori umani è di origine umana.

Studi classici sull’adesione dei lattobacilli all’epitelio aviare (a partire dai lavori di Fuller negli anni Settanta) hanno dimostrato che i lattobacilli di origine mammifera non aderiscono all’epitelio del gozzo degli uccelli.
Non colonizzano, non persistono, non esercitano la funzione proposta. Passano attraverso. Lavori successivi su polli, tacchini, quaglie, anatre, fagiani e piccioni hanno confermato che ogni specie aviaria ha i suoi lattobacilli autoctoni, specie-specifici, con meccanismi di adesione che non funzionano in altre specie. I pappagalli non fanno eccezione: i pochi studi disponibili su L. salivarius isolati dal gozzo di calopsite sane mostrano che il ceppo specie-specifico aderisce e funziona, mentre ceppi da mammifero o da pollame semplicemente attraversano.

Questo significa che la maggior parte dei prodotti commerciali “con probiotici per uccelli” contiene ceppi che, con ogni probabilità, non sono stati isolati da psittaciformi.

Spesso sono formulazioni riadattate da prodotti per cani, gatti o umani (nella declinazione delle varie famiglie L. acidophilusL. plantarumL. bulgaricusBifidobacterium) aggiunte al mangime senza validazione specifica sulla specie target.

Il risultato è duplice: nella migliore delle ipotesi sono ceppi biologicamente irrilevanti che passano inerti attraverso l’intestino; nella peggiore, data la persistenza forzata per via della somministrazione continua col mangime quotidiano, possono contribuire proprio a quella riduzione di diversità che Liu et al. hanno misurato.


La strada dei prebiotici: nutrire la comunità, non sostituirla

Esiste un’alternativa concettuale ai probiotici che è probabilmente più sensata per il pappagallo in cattività, e che è rimasta in ombra proprio perché non si presta al claim di marketing immediato. Sono i prebiotici.

Un prebiotico è un substrato non digeribile dall’ospite che serve da cibo selettivo per il microbiota residente.
Non introduce nuovi batteri.
Non tenta di sostituire la comunità esistente.
Fornisce molecole (tipicamente zuccheri complessi non assorbibili come fruttoligosaccaridi, mannanoligosaccaridi, inulina, beta-glucani, arabinoxilani) che i batteri buoni già presenti nell’intestino possono utilizzare, producendo acidi grassi a catena corta e altre molecole utili all’ospite.
Il prebiotico non dice alla comunità chi deve essere, le fornisce energia perché faccia ciò che già sa fare.

Questa è una differenza filosofica, prima ancora che clinica.
Il probiotico presuppone di sapere quali batteri servano a quel pappagallo e di averli nel flacone.
Il prebiotico ammette di non saperlo e si limita a nutrire la comunità che già esiste nell’animale, qualunque essa sia. Fermo restando che non si abbia la sfortuna di nutrire gli “individui” sbagliati di quel microbiota disbiotico.

Per specie come le più di 400 dei pappagalli, in cui la caratterizzazione del microbiota è ancora frammentaria (Liu et al. è letteralmente uno dei lavori più completi disponibili, con i suoi 37 campioni), la seconda strategia è molto più prudente della prima.

La letteratura sui prebiotici nei pappagalli è limitata, come quella sui probiotici, ma la letteratura aviare generale (prevalentemente sul pollame, dove la ricerca è molto più estesa) è favorevole.

Mannanoligosaccaridi e fruttoligosaccaridi nei broiler aumentano la diversità microbica, stimolano la produzione di acidi grassi a catena corta, riducono la colonizzazione da parte di SalmonellaE. coli ed enterotossigeni. In animali non in dichiarata disbiosi.
Non sostituiscono il microbiota: lo favoriscono.
Gli arabinoxilani da grano aumentano la presenza di Ruminococcaceae e Lachnospiraceae (taxa autoctoni) e migliorano l’integrità epiteliale.
I beta-glucani hanno dati più ambigui nel pollame perché possono aumentare la viscosità intestinale, ma nelle quantità appropriate e con gli enzimi adatti restano una possibilità interessante.

Non abbiamo dati psittacido-specifici sufficienti a stabilire dosi e ceppi ottimali, ma il razionale biologico è molto più solido di quello dei probiotici indiscriminati: stiamo offrendo substrato a una comunità che già sappiamo esistere nel pappagallo (Firmicutes dominanti, con LactobacillusClostridiumCandidatus Arthromitus) e lasciando che sia l’ecosistema residente a decidere come usarla. Si cerca di nutrire in maniera equilibrata “tutti gli animaletti” che costituiscono il microbiota.
È un approccio ecologicamente coerente, compatibile con quel poco che sappiamo della biologia degli psittaciformi e privo dei rischi di indifferenziazione che Liu et al. hanno osservato.


Quando i probiotici servono davvero: un posto chiaro nel percorso clinico

Sarebbe un errore leggere questo articolo come un’accusa generalizzata ai probiotici. I probiotici hanno un ruolo clinico specifico e documentato negli psittaciformi. Il problema non è il probiotico: è il probiotico come ingrediente di default nel mangime quotidiano, usato come claim commerciale su un animale sano e per gli integratori, sarà il medico esperto a prendere la decisione di somministrarlo.

Il testo di riferimento della medicina aviaria clinica “Clinical Avian Medicine” di Harrison e Lightfoot, descrive con precisione l’indicazione reale:
i probiotici sono strumenti per ristabilire la microflora intestinale dopo patologie digestive croniche o dopo uso prolungato o eccessivo di antibiotici. Sono interventi mirati, temporanei, post-insulto.
Lo stesso testo raccomanda esplicitamente prodotti aviari-specifici, cioè con ceppi isolati da uccelli, preferibilmente da psittaciformi e sottolinea che i prodotti per mammiferi, lo yogurt, le colture per consumo umano hanno un beneficio limitato negli uccelli. Il razionale è esattamente quello discusso sopra: i lattobacilli non aviari non paiono svolgere il compito promesso.

Questo significa che la posizione clinica più solida è più restrittiva di quella commerciale, ma anche più specifica.
No ai probiotici inseriti di default nel mangime (o nell’integratore polivitaminico) come claim di moda.
Sì, eventualmente, a ceppi aviari specifici, con indicazione mirata e sotto la responsabilità del veterinario, dopo una disbiosi documentata o una terapia antibiotica, idealmente all’interno di un protocollo veterinario con controllo microbiologico prima e dopo.

È la differenza tra un farmaco usato per un’indicazione e un integratore dato perché “non può far male”.
Sui pappagalli, Liu et al. ci ricordano, qualcosa può farla eccome anche se quel qualcosa non si chiama, oggi, tossicità. Attendiamo in ogni caso che gli studi facciano il loro corso e capiremo meglio, negli anni a venire, anche la reale azione dei probiotici per la salute umana, non solo sugli psittaciformi.


Conclusione: una regola pratica per chi sceglie il mangime

Sul piano pratico, per chi si trova in negozio davanti allo scaffale, la conclusione è abbastanza semplice. La presenza di “probiotici” nel mangime di un pappagallo sano non è un motivo per preferirlo a un altro. Al contrario: può essere il segno di una formulazione che ha inseguito un claim di marketing senza chiedersi se quel claim avesse basi biologiche nella specie target.
Se dovete scegliere, privilegiate un mangime con ingredienti semplici, fibra diversificata e dichiarata con chiarezza (% di insolublie e % di insolubile), a cui aggiungere frutta e verdura vere nella dieta quotidiana, e la presenza eventuale di prebiotici aggiunti (inulina, FOS, MOS) in quantità adatte, ma “non per tutti”.

Se il vostro pappagallo sta vivendo un periodo clinicamente complicato come ad esempio un post-terapia antibiotica prolungata, o ha una disbiosi documentata, i probiotici possono avere un ruolo, ma vanno gestiti come un intervento clinico specifico, con ceppi aviari-specifici quando disponibili, sotto la supervisione di un veterinario aviare. Non sono cibo. Sono strumenti.

Il Lactobacillus non è il nemico.
Il problema è l’idea che basti aggiungerlo a un mangime per risolvere qualcosa.

Lo studio di Liu e colleghi, pur con tutti i suoi limiti, è una delle poche voci scientifiche che ci dice, con dati alla mano, che quella idea è sbagliata. E che la strada più coerente con quel poco che sappiamo sul microbiota dei pappagalli è nutrire la loro comunità residente, non tentare di riscriverla con ingredienti presi in prestito da altre specie.

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Riferimenti scientifici

Lo studio centrale

Liu H., Chen Z., Gao G., Sun C., Li Y. & Zhu Y. (2019). Characterization and comparison of gut microbiomes in nine species of parrots in captivity. Symbiosis, 78: 241–250. DOI: 10.1007/s13199-019-00613-7.

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