La longhina non è sicurezza. È un reato. Anatomia, etologia e diritto penale contro la pratica di legare la zampa dei pappagalli nell’addestramento al cosiddetto volo libero

Foto pubbliche sul social Facebook

La foto è sempre simile. Un pappagallo, spesso un’Ara, un Cacatua di grossa taglia o peggio ancora un minuto cenerino, poggiato su un posatoio o su un braccio umano. Sulla zampa, un anello, un laccio elastico, una catenella: una longhina o una jesse (o “il cordino”), riprese dalla falconeria, adattate e applicate a uno psittaciforme.
Sotto la foto, la didascalia della classica foto spiega che il sistema garantisce la sicurezza dell’addestramento, che l’uccello non può volare via, che è un metodo usato dai professionisti...

Non è un metodo professionale.
È una pratica che:
- chi conosce l’anatomia aviare smette di sostenere non appena vede la prima radiografia di un tibiotarso fratturato da un volo in trazione;
- chi conosce l’etologia degli psittaciformi la smette non appena capisce cos’è la learned helplessness (impotenza appresa) e cosa produce in un uccello dotato di 1,5 miliardi di neuroni palliali;
- chi conosce il diritto penale italiano (e lo rispetta) smette quando legge l’articolo 544-ter del codice penale.

Questo articolo percorre i tre livelli in sequenza.



L’anatomia della zampa: perché è incompatibile con qualsiasi contenzione

Già la zampa di un uccello non è strutturalmente analoga a quella di un mammifero. La sua architettura ossea, vascolare e tendinea è il risultato di milioni di anni di selezione per il volo e per la presa su superfici instabili, non per assorbire forze di trazione improvvise. Ma vedremo più sotto* le differenze sostanziali che intercorrono tra uccelli.

Chapter 2 Anatomy and physiology of parrots - Nigel Harcourt-Brown

La struttura ossea visibile della zampa si articola in tre segmenti principali.
Il tibiotarso (omologo della tibia nei mammiferi) è l’osso lungo principale, leggerissimo perché parzialmente pneumatizzato, con pareti corticali sottili.
Il tarsometatarsus (il segmento “prima del piede” che molti scambiano per la gamba) è in realtà un osso fuso che deriva dall’unione di tarso distale e metatarsi, lungo e stretto nei pappagalli di piccola taglia (nei parrocchetti si frattura più facilmente del tibiotarso), più robusto nelle grandi Are ma sempre con corticale sottile.
Le falangi formano le dita in configurazione zigodattila (due avanti, due indietro), caratteristica degli psittaciformi.

La vascolarizzazione della zampa degli uccelli è strutturalmente vulnerabile alla compressione.
L’arteria tibiale e i suoi rami terminali decorrono in prossimità della superficie ossea con scarsa copertura di tessuto molle rispetto ai mammiferi. Una pressione esterna su tarsometatarso o tibiotarso, anche moderata, può compromettere il ritorno venoso prima ancora di compromettere il flusso arterioso, causando edema e stasi che portano a lesioni ischemiche nel giro di poche ore.
Questo è uno dei meccanismi per cui gli anelli di identificazione troppo stretti producono edemi ed eventuale necrosi distale alla zampa: un meccanismo identico a quello prodotto da qualsiasi legatura.

L’innervazione periferica è altrettanto esposta.
Il nervo peroneale comune decorre lateralmente sul tibiotarso, in posizione superficiale. Una pressione esterna prolungata in quella sede produce neuropatia da compressione, che può arrivare alla perdita della funzione motoria dell’arto: il pappagallo smette di afferrare, perde la stazione eretta, e nei casi più gravi sviluppa paralisi flaccida permanente.
Senza contare il livello di dolore che l’uccello prova quando si premono queste parti terminali.

Quando un pappagallo con la zampa legata tenta di volare, la forza generata dal volo, che può raggiungere un’accelerazione molto elevata in una frazione di secondo, si trasmette interamente alla zampa trattenuta e al punto di giunzione tra laccio e segmento osseo.
Il risultato documentato è la frattura del tibiotarso o del tarsometatarso per trazione improvvisa, con frequente lesione associata dei tessuti molli (tendini, vasi, nervi). In alcuni casi documentati clinicamente, il volo improvviso ha prodotto la lussazione dell’articolazione intertarsale (equivalente della caviglia) un’articolazione che nella zampa degli uccelli non ha la capsula legamentosa robusta dei mammiferi.
Nei casi più gravi, come documentato in letteratura, il punto di minor resistenza non è il legamento ma l’osso stesso: la zampa si fracassa al punto di vincolo.

Il Merck Veterinary Manual dedica un passaggio specifico alle emergenze da contenzione:
“un uccello che ha lottato per ore con la zampa intrappolata è in più pericolo di morire per lo stress da contenzione prolungata che per la frattura stessa”.

La contenzione forzata prolungata nei pappagalli produce un rilascio massiccio di corticosteroidi che a dosi elevate e prolungate è di per sé letale.
Il danno fisico della longhina non si limita all’evento acuto del volo in trazione: si accumula ogni minuto di contenzione.


  • Nota:
    non è perchè sino ad ora al vostro pappagallo così gestito non è accaduto nulla, che non ne abbia patito o che sia fuori da ogni rischio. Le risposte a certe gestioni arrivano sempre, anche se non nell’immediatezza.

Gli altri rischi fisici: ingarbugliamento, predazione, ischemia

Oltre al rischio di frattura da trazione improvvisa, la longhina produce tre categorie di rischio fisico aggiuntivo documentate dall’esperienza clinica e dalla letteratura.

Il primo è l’ingarbugliamento.
Un pappagallo in volo con una corda, un elastico o una catenella alla zampa può impigliarsi su qualsiasi struttura ambientale: rami, recinzioni, antenne, cavi elettrici. Una volta ingarbugliato, l’uccello non può liberarsi e la componente psicologica della trappola, un pappagallo appeso che sbatte le ali, con la zampa bloccata in una posizione innaturale, accelera lo shock.
Diversi casi documentati nei report aviari mostrano lussazioni da ingarbugliamento che hanno richiesto amputazione dell’arto.

Il secondo è la vulnerabilità alla predazione.
Un pappagallo con la zampa legata non può fuggire in volo da un predatore. Questo non è un rischio ipotetico: la letteratura riporta casi documentati di uccelli domestici attaccati da rapaci e da altri predatori mentre erano trattenuti dalla longhina.
In uno dei casi più citati nella letteratura divulgativa veterinaria, un parrocchetto alessandrino con la zampa legata è stato predato da un gufo notturno: la longhina ha reso impossibile la fuga, e tutto ciò che è rimasto è la zampa ancora nel laccio. Il punto non è che i rapaci siano comuni nelle città italiane: è che la longhina rende un animale strutturalmente indifeso di fronte a qualsiasi minaccia che richieda la fuga immediata.

Il terzo è il rischio di ischemia da compressione prolungata.
Anche una longhina apparentemente morbida e apparentemente ben calibrata produce compressione sui tessuti perché l’uccello si muove, e può si torcersi, cercando di liberarsi. L’irrequietezza stessa (fisiologica, non patologica) trasforma qualsiasi legatura in un laccio emostatico intermittente. I casi di necrosi distale alla zampa da anello identificativo incastrato sono la versione più documentata di questo meccanismo, e dimostrano quanto sia facile causare un danno vascolare irreversibile con una costrizione che al momento dell’applicazione sembrava innocua.

Cacatua con un pesante lucchetto alla zampa

Il danno etologico: learned helplessness e compromissione del benessere psichico

Il danno fisico è documentato e grave. Il danno etologico è altrettanto grave, e forse più difficile da correggere una volta instaurato.

I pappagalli sono animali preda con un sistema nervoso che risponde alla percezione di trappola con una risposta di panico immediata. Il sistema nervoso autonomo simpatico viene attivato al massimo: frequenza cardiaca, frequenza respiratoria, livelli di ormoni dello stress aumentano bruscamente. Questa è la risposta adattativa a una predazione imminente. In un uccello con la zampa legata che tenta di volare e non ci riesce, questa risposta viene attivata ripetutamente senza risoluzione: la minaccia percepita non scompare perché la fuga non è possibile.
Tentare di “far memoria” al pappagallo che se vola via avrà la zampa legata e aumentare il peso da trasportare in volo, tenendogli un lucchetto incastrato tra anello di identificazione e zampa, manifesta un atto di netta imposizione che non collima col benessere nè fisico, tantomeno psichico dell’animale. Una minaccia in atto, il ricordo di un peso e un legaccio.

Quando la fuga è strutturalmente impedita in modo ripetuto, si instaura progressivamente il fenomeno descritto da Martin Seligman nel 1972 e da allora confermato in decine di modelli animali: la learned helplessness, o impotenza appresa. L’animale smette di tentare risposte attive (volare, mordere, vocalizzare, spostarsi) perché ha “imparato” che nessuna risposta produce un cambiamento nella situazione stressante.
Dall’esterno, questo stato può sembrare calma, docilità, “addomesticamento”. Non lo è. È uno stato di resa neurobiologica che la letteratura sugli psittaciformi associa all’aumento dell’incidenza di feather damaging behaviour, stereotipie, disturbi del sonno, aggressività improvvisa e disregolazione emotiva.

Garner, Meehan e Mench nel 2003 hanno documentato nei pappagalli in stato di impotenza appresa una compromissione delle funzioni esecutive mediata dall’NCL ( = il nidopallium caudolaterale), l’equivalente funzionale della corteccia prefrontale, con perseverazione comportamentale, incapacità di adattare le risposte a contingenze che cambiano, e riduzione della flessibilità cognitiva.
In termini pratici: un pappagallo che ha subito ripetuti episodi di contenzione forzata perde parzialmente le capacità che lo rendono un uccello funzionale, non un uccello “docile”.

La ricerca dell’IAABC Foundation sul volo libero con contenzione alla zampa è esplicita nella descrizione del linguaggio corporeo degli uccelli coinvolti: postura eretta, occhi fissi, base larga degli arti, stretta intensa sul posatoio, tentativi di fuga.
Questi sono tutti indicatori di stress acuto, non di coinvolgimento positivo nell’addestramento. Il linguaggio corporeo dice che l’uccello ha paura. La longhina garantisce che non possa esprimerla nel modo che la sua biologia prevede: il volo.


C’è un’ulteriore dimensione del danno etologico spesso ignorata: la compromissione della relazione tra uccello e proprietario.
La domanda diventa: se nell’addestramento con rinforzo positivo si sostiene che funzioni perché l’animale sceglie volontariamente di interagire, che significato ha usare la longhina che elimina la scelta?
Da qualche parte c’è una falla e piuttosto imponente.


Un uccello che non può andarsene non sta “stando con te”: sta subendo la situazione.

La distinzione non è sentimentale: è neuroscientifica.
Il sistema di ricompensa si attiva con la scelta e il controllo, non con la coercizione.
Un addestramento fondato sulla coercizione può produrre compliance comportamentale, non legame. E la compliance prodotta dalla paura dura fin quando la paura regge, poi si converte in aggressione o in collasso comportamentale.





Il quadro giuridico italiano: dall’art. 544-ter alla riforma penale del 2025

La legge 20 luglio 2004, n. 189 “Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali” ha introdotto nel codice penale il Titolo IX-bis, “Delitti contro il sentimento degli animali”. L’articolo cardine è il 544-ter: “Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da 3 a 12 mesi o multa da 3.000 a 15.000 euro. Stessa pena a chi sottopone gli animali a trattamenti dannosi alla loro salute. La pena è aumentata della metà se dai fatti ne deriva la morte.”

La Cassazione ha chiarito in più pronunce che per la sussistenza del reato di maltrattamento “non è necessario che si cagioni una lesione all’integrità fisica, potendo la sofferenza consistere in soli patimenti” (Cass. pen. n. 44822/2007). La componente di “caratteristiche etologiche” nella formulazione del 544-ter è particolarmente rilevante: la contenzione forzata alla zampa di uno psittaciforme è incompatibile con le caratteristiche etologiche della specie (animale capace di volo, che utilizza il volo come principale risposta allo stress) in modo che non richiede dimostrazione medico-legale specifica. La struttura stessa della pratica corrisponde alla fattispecie.

La Legge 6 giugno 2025, n. 82, entrata in vigore il 1° luglio 2025, ha inasprito ulteriormente le pene: il maltrattamento di animali è ora punito con la reclusione da 3 a 18 mesi.
La nuova legge ha introdotto l’articolo 544-septies sulle circostanze aggravanti, che prevede un aumento di pena se il reato è commesso nei confronti di più animali e (punto di particolare rilevanza nell’era dei social) se l’autore diffonde attraverso strumenti informatici o telematici immagini, video o altre rappresentazioni del fatto commesso. Pubblicare su Instagram o YouTube un video in cui si mostra un pappagallo con la zampa legata durante l’addestramento non è solo documentare una pratica illegale: potenzialmente configura la circostanza aggravante.

La norma di riferimento per la rilevanza veterinaria è che i veterinari delle ASL e i liberi professionistiche vengano a conoscenza del reato durante lo svolgimento delle proprie mansioni hanno obbligo di denuncia alle autorità.
Un veterinario che visita un pappagallo con lesioni da contenzione alla zampa e riceve come storia clinica “si è ferito con la longhina” è nella condizione di obbligo di denuncia per pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio.

A livello europeo, la Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia, ratificata dall’Italia con la legge n. 201/2010, stabilisce all’articolo 3 che “nessuno causerà inutilmente dolori, sofferenze o angosce ad un animale da compagnia”, e all’articolo 4 che il proprietario è tenuto a provvedere alle esigenze etologiche dell’animale. La contenzione alla zampa viola entrambi i principi in modo diretto.

Un ibrido di Ara tenuto alla CATENA durante un raduno - Foto pubbliche sul social Facebook

*La falconeria non c’entra: perché le jesse dei rapaci non si trasferiscono agli psittaciformi

L’argomento più usato per giustificare la longhina negli psittaciformi è la sua derivazione dalla falconeria: i falchi e gli sparvieri vengono tradizionalmente portati con jesse e laccio alla zampa, quindi la pratica è consolidata e sicura. L’argomento è anatomicamente sbagliato.

I rapaci usati in falconeria hanno una morfologia dell’arto inferiore radicalmente diversa da quella degli psittaciformi.
Il tarso dei falconidi e degli accipitridi è proporzionalmente più robusto, con corticale ossea più spessa, in funzione della presa predatoria che richiede forza di chiusura elevata e resistenza agli sforzi meccanici.
I tendini flessori digitali dei rapaci sono adattati a sostenere carichi elevati, inclusa la trazione.
La zampa di un falco è uno strumento da caccia progettato per afferrare e trattenere prede in movimento.

La zampa di uno psittaciforme è strutturata per la presa fine e la manipolazione, non per assorbire forze di trazione.
L’architettura zigodattila dei pappagalli (due dita avanti, due indietro) è ottimizzata per aggrapparsi a superfici irregolari e per manipolare oggetti con precisione, non per resistere a uno strappo assiale. Il tibiotarso di un pappagallo, anche di grossa taglia, non è confrontabile per robustezza con quello di un falco di pari massa.

Anche nella falconeria, le jesse sono strumenti che richiedono formazione specifica, attrezzatura certificata, e una progressione di addestramento che dura mesi prima di essere usata in condizioni di volo. La trasposizione amatoriale di una tecnica che nella sua versione originale richiede anni di apprendimento e un’anatomia target specifica non è “adattamento”: è ignoranza applicata con conseguenze prevedibili.


Vogliamo citare un intervento del Prof. Lorenzo Crosta (uno dei massimi esperti in medicina degli psittaciformi, riconosciuto mondialmente) a questo riguardo:

“Vediamo di ragionare in maniera obiettiva su questa pratica.
Primo, perché legare un uccello a una zampa?
Secondo, ci sono metodi alternativi?
Terzo, aspetti legali.
Quarto, rischi di tale sistema.

Punto 1: l'idea deriva da una pratica comune con altri uccelli, i rapaci impiegati per falconeria in senso lato (includiamo pest control e show con i rapaci).
La pratica è consolidata da millenni, e si impiega in molte specie in tutto il mondo. Funziona bene e non offre rischi SE BEN UTILIZZATA NEI RAPACI. Ma esiste un'enorme differenza fra l'apparato muscolo-scheletrico degli uccelli da preda e quello dei pappagalli.
I primi infatti, hanno zampe molto più robuste, molto più muscolate e soprattutto con una maggiore escursione della catena articolare (anca, ginocchio, tarso e metatarsi).
Punto 2: ci sono senz'altro metodi alternativi. Soprattutto si possono preparare, o affittare spazi adatti alle prove di volo libero, senza che gli uccelli siano tenuti legati per le zampe.
Punto 3: credo che in tutto il territorio nazionale sia proibito tenere gli uccelli con esclusione dei falchi per falconeria, legati per le zampe, ma mi potrei sbagliare. Comunque la tendenza socio-politica attuale non vede bene questa pratica, per cui il rischio di vedersi spiccare una denuncia per maltrattamento da una guardia troppo zelante è certamente molto elevato.
Punto 4: rischi. Certamente è un sistema pericoloso. Una volta ero convinto che fosse un metodo accettabile, ma nei miei trent'anni circa di pratica come veterinario aviare ho visto diversi casi di fratture, ma soprattutto lussazioni in pappagalli tenuti alla catenella, o con i geti tipo rapace. Ho visto soprattutto pappagalli farsi male se legati a una sola zampa, ma non sono mancati casi con uccelli trattenuti per entrambe le estremità.
In effetti, anche nei numerosi zoo di cui sono consulente, dove ci sono show sia con i rapaci, sia con i pappagalli, TUTTI usano i geti nei rapaci, ma NESSUNO li usa con i pappagalli, e sono tutti professionisti che fanno volare i pappagalli liberi, in spazi aperti e non controllati.
In buona sostanza, quindi, direi di lasciar perdere e di impiegare dei metodi educativi che non prevedano coercizione, ma soprattutto che non siano pericolosi per i nostri uccelli.”


La dissociazione cognitiva dell’addestratore: l’amore come alibi

C’è un aspetto di questa pratica che va nominato direttamente, perché spiega perché continua a diffondersi nonostante i danni documentati. Chi usa la longhina nella maggior parte dei casi ama il proprio uccello. Non lo fa per crudeltà. Lo fa perché ha paura che l’uccello voli via, perché vuole portarlo all’aperto, perché qualcuno con più seguito sui social gliene ha mostrato l’uso come soluzione sicura.

Questa dissociazione cognitiva, la distanza tra l’intenzione dichiarata (proteggere l’uccello) e l’effetto documentato (danneggiarlo), è esattamente la stessa che permette ad altre pratiche dannose di perpetuarsi nel mondo dell’allevamento amatoriale: il taglio delle ali come “sicurezza”, l’isolamento come “riposo”, la dieta a seme come “cibo naturale”. L’intenzione non determina l’effetto. L’effetto è documentato indipendentemente dall’intenzione.

La pubblicazione sui social di foto con pappagalli trattenuti da longhine, spesso con commenti entusiasti di seguaci e domande su “come si fa”, produce un effetto di normalizzazione che è proporzionale alla visibilità dell’account.
Un addestratore con 50.000 follower che pubblica quella foto la rende pratica ordinaria agli occhi di migliaia di persone che non hanno gli strumenti per valutarla criticamente.
La responsabilità non è solo legale, anche se quella c’è: è anche la responsabilità di chi ha visibilità in un settore e la usa per normalizzare qualcosa di sbagliato.





Conclusione: sicurezza è educazione, non contenzione

Il volo libero dei pappagalli è una pratica che non ha bisogno di longhine per essere sicura.
Ha bisogno di addestramento serio, progressivo, fondato sul rinforzo positivo, condotto in ambienti idonei, da persone che conoscono il comportamento della specie.
Ha bisogno di anni di lavoro, di pratica quotidiana, non di un laccio elastico da comprare online.

La longhina non è una scorciatoia sicura.
È una scorciatoia anatomicamente pericolosa, etologicamente dannosa e legalmente penalmente rilevante. Che venga pubblicata sui social con la didascalia “sicurezza prima di tutto” non cambia questi tre fatti. Li aggrava, perché aggiunge la diffusione pubblica di materiale che documenta un reato.

Se si vuole portare un pappagallo all’aperto prima che sia pronto per il volo libero, l’unico strumento compatibile con la sua anatomia e con il diritto italiano è l’imbragatura, un sistema di contenzione sul tronco, non sulla zampa, che distribuisce le forze su strutture anatomicamente idonee a sostenerle.
Anche l’imbragatura richiede abituazione progressiva e supervisione, ma non espone la zampa al rischio di frattura da trazione né produce i meccanismi di compressione vascolare e nervosa descritti in questo articolo.

La differenza tra un addestratore competente e uno che mette la longhina non è una differenza di tecnica. È una differenza di conoscenza. E la conoscenza, in questo caso, è quello che separa il benessere dell’animale dal reato penale.


Riferimenti scientifici e normativi

Anatomia e traumatologia della zampa negli uccelli

Harcourt-Brown N. (2002). Leg and foot disorders in domestic fowl and in psittacine birds. In: Harcourt-Brown N. & Chitty J. (eds.), BSAVA Manual of Psittacine Birds, 2nd ed. BSAVA, Gloucester.

Johnston M.S., Thode H.P. & Ehrhart N.P. (2008). Bone transport osteogenesis for reconstruction of a bone defect in the tibiotarsus of a yellow-naped Amazon parrot. Journal of Avian Medicine and Surgery, 22(1): 47–56. DOI: 10.1647/2007-006R.1.

Merck Veterinary Manual. Injuries and accidents of pet birds. [2024, online].

Duerr R.S. (2010). Splinting avian fractures. International Wildlife Rehabilitation Council, training manual.

Benessere, stress da contenzione e learned helplessness

Garner J.P., Meehan C.L. & Mench J.A. (2003). Stereotypies in caged parrots, schizophrenia and autism: evidence for a common mechanism. Behavioural Brain Research, 145(1–2): 125–134.

Wilson L. (2006). Parrot welfare: the internet, exercise, and parrots. IAABC Foundation Journal, 2021 (online, based on original material).

Friedman S.G. (2008). A framework for solving behavior problems: functional assessment and intervention planning. Journal of Exotic Pet Medicine, 16(1).

van Zeeland Y.R.A. et al. (2009). Feather damaging behaviour in parrots: a review with consideration of comparative aspects. Applied Animal Behaviour Science, 121(2–3): 75–95.

Engebretson M. (2006). The welfare and suitability of parrots as companion animals: a review. Animal Welfare, 15(3): 263–276.

Quadro normativo italiano ed europeo

Legge 20 luglio 2004, n. 189. Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate. Gazzetta Ufficiale n. 178 del 31 luglio 2004.

Codice Penale, art. 544-ter (Maltrattamento di animali), come modificato dalla Legge 6 giugno 2025, n. 82.

Codice Penale, art. 544-septies (Circostanze aggravanti), introdotto dalla Legge 6 giugno 2025, n. 82.

Legge 4 novembre 2010, n. 201. Ratifica ed esecuzione della Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia. Gazzetta Ufficiale n. 265 del 12 novembre 2010.

Corte di Cassazione, sez. III penale, sent. n. 44822/2007. La sofferenza nell’animale non richiede lesione fisica per integrare il reato di maltrattamento.



Riferimenti fotografici:

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