Cenerino (Psittacus Erithacus), il rischio di una scomparsa silenziosa
Il cenerino (Psittacus erithacus) è probabilmente uno dei casi più emblematici di crisi conservazionistica “silenziosa” del nostro tempo. Silenziosa non perché manchino dati o studi, ma perché il declino della specie non si manifesta con immagini improvvise di estinzione, bensì con un progressivo svuotamento delle foreste, un’assenza che si fa evidente solo a chi quelle foreste le conosce davvero.
Per decenni il cenerino è stato considerato una specie relativamente sicura, forte di un areale vastissimo che si estende dall’Africa occidentale fino al cuore del bacino del Congo. Oggi sappiamo che quella sicurezza era, in larga parte, un’illusione.
I dati raccolti negli ultimi vent’anni mostrano con chiarezza che la popolazione globale di cenerini ha subito un declino drammatico, stimato tra il 50 e quasi l’80 per cento in appena tre generazioni. In alcune regioni dell’Africa occidentale il crollo è stato ancora più radicale.
Studi condotti in Ghana, Costa d’Avorio e Nigeria documentano riduzioni locali che arrivano al 90, in alcuni casi addirittura al 99 per cento rispetto agli anni Novanta.
Questo significa che il cenerino non è semplicemente “meno comune”: in vaste porzioni del suo areale storico è diventato ecologicamente assente, anche se formalmente non estinto. È il tipico caso di una specie che sopravvive solo come traccia residua, senza più svolgere il ruolo ecologico e sociale che aveva in passato.
Una delle ragioni per cui questo declino è stato sottovalutato così a lungo risiede proprio nella frammentazione geografica del fenomeno.
Il cenerino non scompare ovunque nello stesso momento. Piuttosto, le popolazioni collassano a macchia di leopardo, lasciando l’impressione che “da qualche parte ce ne siano ancora molti”. In realtà, ciò che resta sono popolazioni isolate, spesso numericamente troppo piccole per essere demograficamente stabili nel lungo periodo.
È una dinamica ben nota in biologia della conservazione, ma che nel caso del cenerino è stata ignorata finché non è diventata impossibile da negare.
Il commercio internazionale ha avuto un ruolo centrale in questa storia.
Per decenni il cenerino è stato il pappagallo più esportato al mondo. I dati ufficiali del database CITES parlano di oltre un milione di individui commercializzati legalmente tra gli anni Settanta e il 2014, ma questo numero racconta solo una parte della realtà. A esso vanno sommati i flussi illegali e, soprattutto, le mortalità legate alla cattura e al trasporto, che in alcune aree superavano tranquillamente il 30 o 50 per cento degli animali catturati.
Ancora più grave è il fatto che il prelievo non era casuale: venivano sottratti soprattutto adulti riproduttori, individui socialmente competenti, coppie già formate. Per una specie longeva, che raggiunge la maturità sessuale tardi e produce pochi giovani all’anno, questo tipo di pressione è semplicemente insostenibile.
Proprio questa evidenza ha portato, nel 2016, a una svolta importante: l’inserimento del cenerino nell’Appendice I della Convenzione CITES, che vieta il commercio internazionale a fini commerciali.
È stata una decisione storica, basata su un consenso scientifico ormai solido. Tuttavia, sarebbe un errore considerarla una soluzione definitiva.
Il divieto di commercio è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Fermare l’emorragia non equivale automaticamente a guarire il paziente.
Negli ultimi anni, alcuni Stati africani hanno finalmente iniziato a riconoscere questo punto.
Diversi Paesi hanno sospeso o vietato le esportazioni di cenerini, rivedendo sistemi di quote che si erano dimostrati fallimentari e riconoscendo apertamente che la specie non poteva più sostenere alcun livello di prelievo. È un cambiamento importante, perché segna il passaggio da una conservazione “imposta dall’esterno” a una presa di responsabilità interna. Ma arriva tardi, e soprattutto non affronta la seconda grande minaccia che grava sulla specie: la perdita funzionale dell’habitat.
Il cenerino è un nidificante obbligato in cavità di grandi alberi.
Non si adatta facilmente a nidi artificiali e non utilizza alberi giovani. Ha bisogno di tronchi maturi, spesso vecchi decenni, con cavità profonde e stabili. La deforestazione che colpisce l’Africa centrale e occidentale non sempre si presenta come una distruzione totale della foresta. Più spesso è selettiva, mirata proprio agli alberi più grandi e più vecchi, quelli che dal punto di vista economico hanno valore, ma che dal punto di vista ecologico sono insostituibili. Il risultato è una foresta che, a uno sguardo superficiale, appare ancora intatta, ma che dal punto di vista riproduttivo è ormai sterile per il cenerino.
In molte aree del bacino del Congo si osserva oggi una situazione paradossale: adulti ancora presenti, talvolta anche in numero apparentemente discreto, ma un successo riproduttivo quasi nullo. Non perché manchino le coppie, ma perché mancano i nidi. È una dinamica estremamente pericolosa, perché produce popolazioni “fantasma”, destinate a scomparire lentamente senza che ci sia un evento catastrofico evidente.
A rendere il quadro ancora più complesso interviene la straordinaria intelligenza del cenerino:
studi comparativi suggeriscono che le specie di pappagalli con maggiore complessità cognitiva e sociale siano spesso le più vulnerabili quando l’ambiente viene alterato.
Nel caso del cenerino, la curiosità, la capacità di esplorazione e l’apprendimento rapido, che in una foresta integra sono vantaggi evolutivi, diventano fattori di rischio in paesaggi frammentati e antropizzati. Gli individui entrano più facilmente in contatto con l’uomo, vengono catturati localmente o uccisi come “disturbatori”, anche in assenza di grandi reti di traffico. È una mortalità diffusa, difficile da quantificare, ma continua, che erode lentamente ciò che resta delle popolazioni.
Di fronte a questo scenario, qualcuno potrebbe pensare che la grande presenza di cenerini in cattività rappresenti una sorta di assicurazione per il futuro della specie. In realtà, la letteratura scientifica è piuttosto chiara nel ridimensionare questa idea:
le popolazioni captive sono geneticamente eterogenee, spesso lontane dalle aree di origine, e non sostituiscono in alcun modo la funzione ecologica del cenerino nelle foreste africane. Senza habitat idonei, senza alberi maturi, senza continuità ecologica, la reintroduzione resta un concetto teorico, più vicino alla retorica che alla biologia.
Il caso del cenerino ci costringe quindi a una riflessione più ampia:
dimostra che la conservazione non può limitarsi a vietare il commercio o a proteggere simboli (proprio come abbiamo visto accadere nel caso del Cacatua sulphurea).
La conservazione deve intervenire sui processi che rendono una specie vitale: la struttura delle foreste, la disponibilità di risorse chiave, il rapporto con le comunità locali, la gestione a lungo termine del territorio.
Che alcuni Stati africani abbiano finalmente scelto di chiudere le esportazioni è un segnale incoraggiante, ma la vera sfida è evitare che il cenerino diventi una specie “presente nei database, ma assente dal paesaggio sonoro delle foreste”.
Per un pappagallo così intelligente e socialmente complesso, il silenzio non è solo un segno di declino: è il preludio di una perdita che, una volta compiuta, sarà impossibile da recuperare.
Riferimenti scientifici essenziali
BirdLife International (2023). Psittacus erithacus. IUCN Red List of Threatened Species.
Martin RO et al. (2014). Grey areas: Temporal and geographical dynamics of international trade of the African grey parrot. Biological Conservation.
Annorbah ND et al. (2016). Declines of the African grey parrot in Ghana. Ibis.
UNEP-WCMC CITES Trade Database.
Collar NJ et al. (2017). Conservation priorities for African parrots. Oryx.