L’illusione dell’addestramento: perché l’addestramento non rende felice un pappagallo (e talvolta peggiora le cose)
Negli ultimi anni l’addestramento dei pappagalli è diventato una pratica sempre più diffusa e celebrata. Video di pappagalli che eseguono esercizi, ripetono gesti, “lavorano” in sessioni strutturate vengono presentati come esempi di benessere, stimolazione mentale e relazione positiva con l’uomo. In realtà, dal punto di vista scientifico, non tutto ciò che appare come apprendimento equivale a benefico e non è reale affermare che ogni forma di addestramento risponde ai bisogni cognitivi ed etologici di un pappagallo.
Il problema non è l’apprendimento in sé (e l’addestramento basato sul rinforzo positivo fa appello a un solo tipo di apprendimento), ma la ripetizione prevista che crea automatismi ai quali non ci si può sottrarre, soprattutto quando è scollegata da un contesto funzionale e da un reale controllo da parte dell’animale.
Apprendere non è eseguire
Un pappagallo impara continuamente. In natura e “per natura” apprende osservando, sperimentando, sbagliando, adattando le proprie strategie a un ambiente in continuo cambiamento e imparando dal gruppo sociale. Questo tipo di apprendimento è flessibile, aperto, orientato allo scopo. È il risultato di un cervello progettato per risolvere problemi, non per ripetere sequenze fisse e pre-ordinate da qualcun altro.
L’addestramento, al contrario, spesso si basa sulla riproduzione di risposte identiche a stimoli identici, con un esito già noto. Dal punto di vista cognitivo, dopo una fase iniziale di acquisizione, l’attività smette di richiedere problem solving e diventa automatismo (per qualsiasi cervello di vertebrato, bastano 18 giorni per creare un automatismo). Quando ciò accade, il cervello non è più stimolato: esegue.
Il problema della ripetizione negli animali cognitivi
La neuroscienza comportamentale mostra che la ripetizione non variata di un compito produce una progressiva riduzione dell’attivazione delle aree cerebrali coinvolte nella motivazione e nella novità. Questa risposta è fisiologica per il sistema nervoso, nota come habituation, ma ha conseguenze importanti nelle specie altamente cognitive quando costituisce la sola risposta possibile.
Nei pappagalli, una volta che un compito è stato appreso e reso prevedibile, continuare a richiederne l’esecuzione non aggiunge valore cognitivo, ma può generare frustrazione. L’animale non sta più risolvendo un problema, ma rispondendo a una richiesta esterna che egli non controlla e che non modifica il suo ambiente.
In altre parole, l’addestramento con le sue sessioni di ripetizioni, toglie il controllo che l’animale deve avere sull’ambiente anziché restituirlo.
Rinforzo positivo non significa benessere
Il ricorso al rinforzo positivo viene spesso presentato come garanzia di benessere. Positivo significa aggiungere qualcosa (segno +) a un’azione, infatti alla tecnica del rinforzo positivo è compresa anche la “punizione positiva”.
Un pappagallo può eseguire un esercizio ripetitivo per ottenere un premio alimentare anche in assenza di reale interesse o controllo del suo ambiente. In questi casi, il comportamento è sostenuto da un incentivo estrinseco, non da una motivazione intrinseca. Nel tempo, questo può portare a:
riduzione dell’iniziativa spontanea;
dipendenza dal rinforzo;
frustrazione da mancata autostima;
aumento di comportamenti di evitamento, recrudescenza dei sintomi (per es: le grida);
iperdipendenza dall’addestratore.
Il problema non è il premio, ma la povertà funzionale del compito, spesso lontana dalle declinazioni etologiche di specie.
Quando l’addestramento diventa una forma di controllo unidirezionale
In molti contesti, l’addestramento è strutturato in modo tale che tutte le decisioni siano prese dall’uomo: quando iniziare, cosa fare, quante volte ripetere, quando fermarsi. Il pappagallo può solo aderire o rifiutare, spesso pagando il rifiuto con la perdita del premio e dell’autostima.
Dal punto di vista etologico, questo schema non differisce molto da altre forme di controllo ambientale rigido. L’animale non esplora, non sceglie, non modifica l’ambiente: esegue.
Per una specie non domesticata* e altamente cognitiva, questo tipo di relazione può diventare un fattore di stress cronico, anche se mascherato da collaborazione.
*Nota:
nel Canis lupus familiaris (il cane), l’uomo si è impegnato a selezionare razze più idonee all’obbedienza, cosa che non insiste negli animali selvatici a cui l’esecuzione di un compito da comando risulta incoerente, anche una volta divenuta automatismo. Questo ha un alto costo per il sistema nervoso.
Il paradosso dell’addestramento nei pappagalli, animali intelligenti
La letteratura comparativa mostra che le specie più intelligenti sono anche le meno tolleranti a compiti ripetitivi e prevedibili. Questo spiega perché alcuni pappagalli inizialmente “bravissimi” nell’addestramento possano, col tempo, sviluppare:
rifiuto dell’attività;
aggressività improvvisa/evitamento;
perdita di interesse;
comportamenti di sfogo fuori contesto.
Non è un fallimento dell’animale. È un segnale che il cervello ha smesso di essere stimolato e sta reagendo alla frustrazione.
Apprendimento funzionale vs addestramento performativo
È fondamentale distinguere tra 1) apprendimento funzionale e 2) addestramento performativo.
1) Il primo è orientato a obiettivi biologicamente rilevanti: foraggiamento, esplorazione, problem solving aperto, adattamento a situazioni nuove, dove ci si appella a tutto il sistema nervoso, mente razionale e mente non-razionale.
2) Il secondo è orientato alla prestazione: fare qualcosa perché richiesto, spesso per soddisfare aspettative esterne, dove ci si appella peraltro a una sola parte della mente razionale.
Nel pappagallo, l’apprendimento funzionale aumenta il benessere perché restituisce controllo e significato.
L’addestramento performativo, può invece diventare una fonte di stress.
Guardate nell’immagine sotto: se ci appelliamo alla parte razionale della mente di un animale, non conosciamo né teniamo in conto della parte non-razionale, che è di maggiore dimensione.
Ciò che possiamo vedere è la punta dell’Iceberg
Distinzione
La formazione di automatismi, che è il frutto dell’addestramento con le sue ripetizioni, può esistere in un ventaglio limitato di azioni quotidiane necessarie. Non può rappresentare le fondamenta dell’esistenza dell’animale e di una relazione pappagallo - uomo.
Per questa ragione è preferibile l’apprendimento funzionale che permette al pappagallo:
di essere variabile e non ripetitivo;
di scegliere se partecipare senza perdere nulla;
introduce novità reali e coerenti con l’etologia;
termina prima che subentri la saturazione cognitiva.
Conclusione
L’addestramento nei pappagalli non è sinonimo di benessere. In specie altamente cognitive e non domesticate, la ripetizione meccanica di compiti prevedibili può ridurre il controllo dell’animale sul proprio ambiente, impoverire la stimolazione mentale e favorire la frustrazione.
Un pappagallo non ha bisogno di “fare cose” per essere felice. Ha bisogno di risolvere problemi, fare scelte, esplorare e incidere sul proprio ambiente. Quando l’apprendimento rispetta questi principi, diventa uno strumento importante di benessere. Quando li ignora, rischia di diventare un’illusione rassicurante per l’uomo, ma un peso per l’animale.
Riferimenti scientifici essenziali
Cognizione, intelligenza e vulnerabilità
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Ripetizione, abituazione e frustrazione
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Controllo, scelta e benessere
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Apprendimento vs performance
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