Il kakapo e il rimu: una storia di fame e di cibo giusto. Una storia destinata a cambiare il modo in cui pensiamo all’alimentazione dei pappagalli in cattività
Questa è una storia di dipendenza. Non nel senso patologico, ma nel senso biologico: la dipendenza assoluta, documentata, misurabile, di una specie da una risorsa alimentare specifica.
Una dipendenza così completa che senza quella risorsa la riproduzione semplicemente non avviene.
E una dipendenza così sofisticata che l’animale è in grado di percepire la disponibilità futura di quella risorsa prima ancora che sia accessibile, e di usare quella percezione per sincronizzare il proprio ciclo riproduttivo.
La storia del kākāpō e del rimu è straordinaria per molte ragioni. Ma la ragione per cui la raccontiamo su queste pagine è una in particolare: perché dice qualcosa di fondamentale sul cibo, su cosa significa mangiare nel modo giusto per la propria specie, e su come questa conoscenza, che nel kākāpō è visibile con una chiarezza eccezionale, riguarda in realtà ogni pappagallo che vive nelle nostre case.
Il kākāpō: il pappagallo più impossibile del mondo
Il kākāpō (Strigops habroptilus) è un pappagallo neozelandese che sembra progettato per confondere chi conosce i pappagalli.
- È notturno: il solo pappagallo esclusivamente notturno esistente.
- È incapace di volare: ha ali funzionali, usa i muscoli pettorali per bilanciarsi saltando tra i rami, ma non può spiccare il volo.
- È il pappagallo più pesante del mondo: i maschi adulti raggiungono e superano i quattro chilogrammi.
- Ha un sistema olfattivo sviluppato in modo atipico per un uccello: lo usano i ranger per rilevarne la presenza nelle foreste.
- Vive, nei casi documentati, fino a novantacinque anni o oltre.
Il suo nome in lingua Maori significa letteralmente “pappagallo notturno”.
Per i Maori era parte fondamentale dell’ecosistema: le sue piume venivano usate nei mantelli cerimoniali, la sua carne era cibo stagionale.
Era abbondante in tutta la Nuova Zelanda.
Poi arrivarono i topi polinesiani al seguito delle prime migrazioni, poi arrivarono i coloni europei con ratti, faine ed ermellini, e il kākāpō scomparve dall’isola principale e quasi da tutte le altre.
Nel 1995, quando il Kakapo Recovery Programme del Department of Conservation neozelandese fu formalmente avviato, erano rimasti cinquantun individui: trentun maschi e venti femmine. La soglia oltre la quale il recupero diventa quasi impossibile.
Trent’anni dopo, quella soglia è lontana.
Nel gennaio 2026, prima della stagione riproduttiva, la popolazione totale era 236 individui, ognuno con un trasmettitore radio a zaino sulle spalle che ne monitora la posizione e i livelli di attività ventiquattro ore su ventiquattro. Ogni singolo kākāpō ha un nome, una storia, una scheda genetica. È tra le specie più intensamente monitorate del pianeta.
Il rimu: la conifera che decide quando si fanno i bambini
Il rimu (Dacrydium cupressinum) è una conifera della famiglia delle Podocarpaceae, endemica della Nuova Zelanda. Non è la conoscenza con cui la maggior parte degli europei cresce, ma in Nuova Zelanda è una delle piante più iconiche delle foreste temperate del Sud: alberi che possono superare i quaranta metri di altezza, con un portamento pendulo caratteristico e frutti rossi carnosi che maturano in estate.
Quei frutti rossi sono ciò che interessa al kākāpō.
Precisamente: il mesosperma, la polpa carnosa che avvolge il seme del rimu. È ricco di grassi, proteine e (elemento cruciale) vitamina D3.
Il kākāpō ne va matto.
Nelle stagioni di abbondanza, gli individui trascorrono la notte a foraggiare tra i rami dei rimu, consumando i frutti in quantità straordinarie.
In realtà un problema esiste: il rimu non frutttifica ogni anno.
Il rimu è una specie a mast fruiting ( = fenomeno botanico in cui intere popolazioni di alberi o arbusti della stessa specie producono, a intervalli di anni irregolari e in modo sincronizzato, quantità eccezionali di semi o frutti): produce frutti in quantità massiva a intervalli irregolari, ogni due-sei anni, in risposta a segnali climatici specifici (in particolare le temperature estive calde dell’anno precedente).
Negli anni “di mast”, tutti gli alberi della stessa specie in un’area geografica fruttificano contemporaneamente, producendo una quantità di cibo che supera di gran lunga la capacità di consumo dei predatori di semi locali.
È una strategia evolutiva: saturare i predatori per garantire la sopravvivenza di un numero sufficiente di semi. Negli anni normali, quasi nulla.
Il kākāpō ha sincronizzato il suo ciclo riproduttivo su questa oscillazione. Non si riproduce in anni di scarsa produzione di rimu.
- Le femmine non vanno in calore,
- i maschi non attivano il sistema di corteggiamento,
- le uova non vengono deposte.
È un blocco riproduttivo fisiologico completo, non una scelta comportamentale: è il meccanismo ormonale stesso che non si attiva in assenza del segnale alimentare corretto.
Il trigger, i ricercatori lo sanno da decenni, è il rimu.
Il meccanismo esatto con cui il kākāpō percepisce la disponibilità futura del frutto (prima ancora che sia completamente maturo) non è ancora completamente compreso.
Primavera 2026: il record che nessuno aveva previsto
Nell’autunno del 2025, i ranger del Kakapo Recovery Programme hanno cominciato a contare i germogli sui rami del rimu nelle tre isole santuario: Whenua Hou (Codfish Island), Pukenui (Anchor Island) e Te Kākahu-o-Tamatea.
Il conteggio è il metodo con cui, con più di un anno di anticipo, si prevede se ci sarà mast e se il kākāpō si riprodurrà.
I numeri erano fuori scala.
Su Whenua Hou, la percentuale di punte con frutti era del 63%, il dato più alto mai registrato. Per confronto, la stagione del 2019, fino ad allora la migliore di sempre, aveva registrato il 47%. La soglia minima che attiva la riproduzione nel kākāpō è intorno al 10%. Erano al 63%!
I kākāpō lo sapevano già.
Entro la fine di dicembre 2025, i ranger avevano rilevato le prime attività di corteggiamento: i maschi che preparano le loro “track and bowl” (le reti di sentieri e depressioni nel terreno che amplificano i loro richiami di corteggiamento) e che iniziano i “booming” notturni, ossia i suoni baritonali che si propagano per chilometri nella foresta per attirare le femmine.
Il 14 febbraio 2026, il giorno di San Valentino, è schiuso il primo pulcino della stagione.
Poi un altro. Poi decine…
Il Department of Conservation aggiornava il conteggio ogni venerdì, con una foto della lavagna su cui il numero veniva scritto con un pennarello, pratica diventata il termometro settimanale dell’intero programma di conservazione.
Entro inizio aprile 2026, 105 pulcini erano schiusi da 256 uova deposte.
Settantotto femmine avevano nidificato.
Il precedente record, del 2019, era di 73 fledglings. Era la stagione riproduttiva più grande dalla nascita del programma, trent’anni prima.
Non tutti sopravviveranno. La mortalità precoce è fisiologica e attesa: sette pulcini erano già morti entro inizio aprile, quattro erano in trattamento all’Ospedale della Fauna di Dunedin. I pulcini vengono contati come nuovi individui solo quando raggiungono i 150 giorni di età, quando sono indipendenti. La direzione è chiara: da 51 individui nel 1995 a una stagione da 105 pulcini nel 2026, grazie a trent’anni di lavoro e a un rimu straordinariamente generoso.
Cosa insegna il kākāpō: il cibo giusto non è solo nutrimento
La relazione tra il kākāpō e il rimu è un caso estremo di specializzazione alimentare, non è un caso isolato nel mondo degli psittaciformi: è un caso limite, trasparente nella sua meccanica, che rende visibile qualcosa che vale (in forme meno drammatiche ma ugualmente reali) per quasi ogni specie di pappagallo.
Il principio che il kākāpō incarna con chiarezza assoluta è questo: il cibo non è solo carburante.
Non è solo una somma di proteine, carboidrati e grassi. È un segnale. È informazione. È il trigger fisiologico che attiva o inibisce processi ormonali, riproduttivi, immunologici, comportamentali.
La vitamina D3 nel mesosperma del rimu non sfama il kākāpō: gli dice che è arrivato il momento di riprodursi. Senza quel segnale, il momento non arriva mai.
I ricercatori del Kakapo Recovery Programme hanno imparato questa lezione nel modo più diretto possibile: nelle stagioni di scarso rimu, hanno provato a supplementare la dieta dei kākāpō con cibo aggiuntivo, incluse preparazioni con vitamina D3. La supplementazione ha aiutato. Non ha sostituito il rimu: la risposta riproduttiva delle femmine supplementate in anni di scarso rimu è stata inferiore a quella degli anni di mast. Ma ha dimostrato che il meccanismo fisiologico coinvolto è reale e manipolabile.
La vitamina D3 è parte del segnale. Non tutto il segnale, ma parte di esso.
Questo ha implicazioni enormi per come pensiamo alla nutrizione dei pappagalli in cattività. Non solo per il kākāpō (che in cattività non ci vive, e per fortuna), ma per ogni specie di pappagallo che vive nelle nostre case.
Il trofismo degli psittaciformi: nessuno mangia tutto
L’immagine del pappagallo come onnivoro adattabile che mangia qualsiasi seme in qualsiasi proporzione è una semplificazione così enorme da essere praticamente sbagliata.
Ogni specie di psittaciforme selvatico ha un profilo alimentare caratteristico, stagionale, geograficamente determinato, spesso molto più ristretto di quanto si immagini.
I lori e lorichetti (sottofamiglia Loriinae) sono nettarivori quasi esclusivi: il loro apparato digerente è ottimizzato per nettare e polline, con un ventriglio muscolare ridotto e incapace di triturare semi. Dare semi a un lori è nutrizionalmente sbagliato: non li riesce a digerire correttamente.
Il pappagallo pigmeo di Buff-faced (Micropsitta pusio) si nutre quasi esclusivamente di licheni e funghi legnosi nelle foreste pluviali della Nuova Guinea.
Il cacatua delle palme (Probosciger aterrimus) ha un becco sviluppato per aprire le noci di palma dure come il legno: è uno strumento specializzato per una risorsa specifica.
Le are in Amazzonia foraggiano in modo stagionale su fonti di frutti ricchi di grassi (acai, acuri, bocaiúva, noci del Brasile) che in Europa è difficile reperire ma di cui conosciamo sempre più l’importanza per la salute di queste specie.
Il cenerino nella foresta congolese consuma una dieta stagionale altamente variabile, dominata da palme da olio (Elaeis guineensis) in certe stagioni, da fichi in altre, da semi di leguminose in altre ancora. Non mangia semi di girasole: non li ha mai visti in natura.
La dieta delle cocorite australiane selvatiche è dominata da erbe serotine ( = piante, erbe o frutti che maturano, fioriscono o vengono raccolti tardivamente rispetto al ciclo biologico normale della loro specie) e semi di graminacee in proporzioni che variano enormemente con la stagione e la latitudine.
Quello che il kākāpō rende visibile in modo estremo (che è la dipendenza da una risorsa specifica che attiva funzioni fisiologiche non attivabili in altro modo) esiste in forma più sfumata in ogni specie.
Le vitamine liposolubili che arrivano dagli oli di palma naturali nei cenerini. Gli omega-3 che arrivano dalle noci nelle are. La vitamina A dal beta-carotene dei fichi e della frutta tropicale.
Questi nutrienti non sono genericamente “buoni”: sono i segnali specifici che il sistema fisiologico di quella specie è calibrato per ricevere, nella forma in cui li ha ricevuti per milioni di anni di evoluzione.
Cosa significa in cattività: oltre il “mangia bene”
Ogni volta che un pappagallo in cattività viene alimentato con una dieta standardizzata che non tiene conto del profilo alimentare della sua specie selvatica, sta ricevendo carburante ma non i segnali. Sta mangiando, ma non nel modo in cui il suo sistema fisiologico si aspetta di mangiare.
Questo non significa che ogni pappagallo in cattività debba ricevere esattamente la dieta che consumerebbe in natura (pressochè impossibile, a volte non desiderabile).
Significa che la costruzione della dieta dovrebbe partire dalla conoscenza di quella dieta selvatica, non dall’opinione generale su cosa è “sano” o “nutritivo” in senso astratto.
Le implicazioni pratiche sono concrete.
La vitamina D3 non è solo un supplemento.
Come il kākāpō dimostra, è un segnale fisiologico con ruoli che vanno ben oltre il metabolismo del calcio. La carenza di vitamina D3 nei pappagalli in cattività tenuti al chiuso è endemica e sottostimata. Non basta un po’ di luce artificiale: ci vuole UVB, o supplementazione attiva nella dieta.
I grassi non sono tutti uguali.
Un seme di girasole e una noce del Brasile hanno entrambi un contenuto di grassi elevato, ma il profilo degli acidi grassi è radicalmente diverso. Le are si sono evolute con accesso a grassi saturi e monoinsaturi di certe palme specifiche, non con omega-6 in eccesso da semi di girasole. Il profilo lipidico conta, come conta la qualità.
La stagionalità conta.
In natura nessun pappagallo mangia la stessa cosa ogni giorno per tutto l’anno. La variazione stagionale non è solo arricchimento: è il ritmo biologico che regola cicli ormonali, muta, sistema immunitario.
Una dieta identica tutto l’anno può stabilizzare alcuni parametri ma ne altera altri.
L’origine conta.
Le verdure e la frutta prodotte industrialmente in Europa non hanno la stessa composizione nutrizionale dei frutti selvatici neotropicali o africani. I valori di beta-carotene di un peperone biologico coltivato in piena terra e di uno prodotto in serra fuori stagione sono diversi.
Non è un’osservazione esoterica: è chimica.
Il kākāpō in numeri: la stagione 2026
236 individui prima della stagione (gennaio 2026)
83 femmine in età riproduttiva
78 femmine che hanno nidificato
256 uova deposte
105 pulcini schiusi — record assoluto dalla fondazione del programma nel 1995
63% di punte di rimu con frutti su Whenua Hou — il dato più alto mai registrato (precedente record 2019: 47%)
4 anni di attesa tra la stagione precedente (2022) e quella del 2026
30 anni di lavoro del Kakapo Recovery Programme, DOC e Ngāi Tahu, per portare 51 individui a questa stagione record
Il kākāpō non ha scelto il rimu.
Non ha “deciso” di aspettare gli anni di mast.
Quella dipendenza è il risultato di milioni di anni di co-evoluzione tra una specie e una pianta, in un ecosistema insulare dove quella pianta era la risorsa più affidabile e più nutriente disponibile.
La fisiologia del kākāpō si è costruita attorno a quella disponibilità, e si è adattata anche alla sua irregolarità: niente rimu, niente pulcini.
La lezione non è che dobbiamo trovare il “rimu” di ogni pappagallo in cattività.
La lezione è che ogni specie ha il suo profilo di dipendenze nutrizionali, più o meno vincolante, più o meno visibile, ma reale. Ignorarlo significa nutrire un animale senza capire come quel nutrimento viene usato.
Il kākāpō ci dice: il cibo sbagliato non fa nascere i pulcini.
Il cibo giusto, nella stagione giusta, in abbondanza: 105 nuove vite.
Fonti e riferimenti
Stagione riproduttiva 2026 e dati del programma
Department of Conservation New Zealand (2026). Kākāpō breeding season officially underway. Media release, 6 January 2026. doc.govt.nz.
Department of Conservation New Zealand (2026). First kākāpō chick in four years hatches on Valentine’s Day. Media release, 16 February 2026. doc.govt.nz.
RNZ — Radio New Zealand (2026). Over 100 kākāpō chicks hatch in record-breaking breeding season. rnz.co.nz, March 26 2026.
Mongabay (2026). Record kākāpō breeding season with 95 rare parrot hatchlings. news.mongabay.com, April 10 2026.
Predator Free NZ Trust (2025). Bumper breeding season for kākāpō. predatorfreenz.org, November 2025.
University of Auckland (2025). Bumper breeding season for kākāpō on the cards. auckland.ac.nz, December 3 2025.
Rimu e dipendenza riproduttiva
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Powlesland R.G. et al. (1992). Breeding biology of the kākāpō Strigops habroptilus on Stewart Island, New Zealand. Ibis, 134(4): 361–373.
Trofismo degli psittaciformi in natura
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